26 dicembre 2014

Sonetto XXVII




















E c'è questo piccolo grande sentimento, che ti ritrovi nel cuore e che non sapevi dove fosse finché non si è fatto sentire. Batte sulle arterie, cerca di esploderti dentro. Non riesci a lottarci contro: si fa riconoscere. Ti dice cosa dire, ti spinge a esporti. Ti costringe a guardarti allo specchio e a fare i conti con te stessa. Non sai come chiamarlo, ma è così che dev'essere: quando cresce qualcosa in te lo culli dentro e non gli dai un nome finché non ha visto la luce. Il momento del parto lo temi, e lo brami. Vorresti abbracciarlo, questo piccolo e grande sentimento, vederlo finalmente fuori dal tuo corpo, per capire cos'è. Ma è presto, e attendi. E nel frattempo sei leggera, sei folle, tremi, sudi freddo. A volte hai la nausea, da quanto hai paura. Ma non ci sono "se" e non ci sono "ma", non si può proprio ignorare. Perché esiste. Cresce. Prende forma. Anche se non hai figli, senti che anche questa è una gestazione. La proteggi. Ti consola. Ti fa sentire viva. Scegli un nome. Quasi sempre è qualcosa che inizia per A.

Sfinito dalla fatica, mi affretto al mio letto,
il caro riposo per le membra stanche del viaggio;
ma allora un altro viaggio mi comincia nella testa,
e lavora la mia mente, quando è finito il lavoro del corpo.
Allora i miei pensieri, di là lontano dove mi trovo, 
verso di te fanno un devoto pellegrinaggio,
e tengono spalancate le mie palpebre pesanti,
a guardare la tenebra che vedono i ciechi. 
Senonché la vista immaginaria della mia anima, 
presenta al mio sguardo cieco la tua ombra,
che, come un gioiello appeso alla notte spettrale, 
fa la nera notte bella e il suo vecchio volto nuovo. 
Così di giorno le mie membra, di notte la mia mente, 
per causa tua, e mia, non trovano quiete.


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Lo sai che se usi le "k" a sproposito nessuno ti si tromberà mai più?

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