26 dicembre 2014

Sonetto XXVII




















E c'è questo piccolo grande sentimento, che ti ritrovi nel cuore e che non sapevi dove fosse finché non si è fatto sentire. Batte sulle arterie, cerca di esploderti dentro. Non riesci a lottarci contro: si fa riconoscere. Ti dice cosa dire, ti spinge a esporti. Ti costringe a guardarti allo specchio e a fare i conti con te stessa. Non sai come chiamarlo, ma è così che dev'essere: quando cresce qualcosa in te lo culli dentro e non gli dai un nome finché non ha visto la luce. Il momento del parto lo temi, e lo brami. Vorresti abbracciarlo, questo piccolo e grande sentimento, vederlo finalmente fuori dal tuo corpo, per capire cos'è. Ma è presto, e attendi. E nel frattempo sei leggera, sei folle, tremi, sudi freddo. A volte hai la nausea, da quanto hai paura. Ma non ci sono "se" e non ci sono "ma", non si può proprio ignorare. Perché esiste. Cresce. Prende forma. Anche se non hai figli, senti che anche questa è una gestazione. La proteggi. Ti consola. Ti fa sentire viva. Scegli un nome. Quasi sempre è qualcosa che inizia per A.

Sfinito dalla fatica, mi affretto al mio letto,
il caro riposo per le membra stanche del viaggio;
ma allora un altro viaggio mi comincia nella testa,
e lavora la mia mente, quando è finito il lavoro del corpo.
Allora i miei pensieri, di là lontano dove mi trovo, 
verso di te fanno un devoto pellegrinaggio,
e tengono spalancate le mie palpebre pesanti,
a guardare la tenebra che vedono i ciechi. 
Senonché la vista immaginaria della mia anima, 
presenta al mio sguardo cieco la tua ombra,
che, come un gioiello appeso alla notte spettrale, 
fa la nera notte bella e il suo vecchio volto nuovo. 
Così di giorno le mie membra, di notte la mia mente, 
per causa tua, e mia, non trovano quiete.


7 dicembre 2014

Growing Older

©Shutterstock.com/Twin Design
Non sono abituata a contare i miei capelli bianchi, e da quando ne è spuntato qualcuno in più evito persino di fare la tinta, per non rovinarli.

"Invecchiare" a 36 anni è una parola un po' forzata. Sarebbe meglio dire: diventare più saggi.
Non è una sciocchezza, gli anni ti cambiano. Il tempo ti cambia. A distanza di una manciata di anni, io non sono più la stessa persona. Non lo diceva anche Eraclito, che "Panta Rei"? Tutto scorre, anche tu. Anche i pensieri, che regolano la tua esistenza. Rispetto ad anni in cui ho represso la parte migliore di me in funzione di un continuo farmi del male, piangermi addosso, di una cecità volontaria assunta nei confronti della mia vita e delle mie scelte, ora sono più forte.
Il successo, il lavoro: hanno un sapore diverso. Non è più un pensiero limitante, del tipo "non ho scelta", o "non cambierà mai nulla": la scelta c'è sempre, sta a te trovare dove indirizzarla.
L'amore non è più una parola né un ridicolo guizzo d'attrazione: è profonda condivisione, costruzione, somiglianza. Certo, bisogna piacersi: ma a vent'anni, come era facile innamorarsi!
Oggi è tutto diverso. Ti svegli una mattina e capisci che hai percorso un sacco di strada; che sei caduta, ti sei rialzata, hai provato a tornare indietro ma l'unico risultato è che ti sei sbucciata le ginocchia e riempita i piedi di vesciche doloranti. Non è una vergogna sedersi su una pietra, all'ombra, e darsi respiro. Concedersi quel tempo che prima era inesorabile e scorreva troppo veloce, per capire e ponderare cosa vuoi davvero.

I miei capelli bianchi sono la mia storia. Lo sono le borse sotto gli occhi, e le parole che non faticano più a uscire, siano esse scritte o pronunciate. E le attitudini, nelle quali ho imparato a credere, senza minimizzarle. E i sentimenti, nei quali ho profonda fiducia, e sono certa che siano recepiti correttamente dalle persone come me.

In questo credo, in questo spero: che il viaggio sia sempre meglio, sempre più consapevole e sempre più ricco di insegnamenti.

2 dicembre 2014

Lo Specchio


Ho trovato uno specchio.

Una superficie tanto trasparente e profonda, nella quale ho infine incontrato il mio riflesso.

Mai prima d'ora avevo visto davvero la mia immagine.

L'istinto è di fuggire: io sono abituata all'infinito, al cielo scuro d'inverno, alle stelle lontane. Eppure questo limite di me stessa così netto, così nitido, è bellezza.

È stato come riconoscersi dopo avere avuto gli occhi bendati per lungo tempo.

Vorrei allungare una mano, sentire i contorni del mio limite. Scoprire che cosa giace dietro questa sembianza, e perché mai ora, proprio ora, e non prima, ho sentito il bisogno di affidarle il mio sguardo.

In fondo, è semplice. 
Basterebbe rendersi conto che non sto guardando nei miei occhi, ma nei tuoi.
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