26 novembre 2014

Cambiare tutto, per cambiare tutto.

L' universo ha origine dal caos.
La vita sulla Terra, probabilmente dall'impatto di una cometa che ha portato i germi di un nuovo inizio.

Se c'è una cosa che ho capito, è che ci sono corsi e ricorsi in questa esistenza che ci riportano continuamente a questo. Non esiste una costruzione se prima non c'è stata distruzione. Una dura legge, qualcuno penserà. Non è facile sottostarvi. Ma è questo principio che permette di raggiungere obiettivi, conquistare nuove mete o la serenità tanto agognata.

A volte la scelta è semplice: distruggere qualcosa che va molto male non comporta un ridimensionamento drastico della quotidianità. È quasi fisiologico. Ma distruggere qualcosa che va bene, o molto bene, che ci dà sicurezza, è un passo difficile che non può essere fatto a cuor leggero.
Tuttavia, le domande che ciascuno di noi dovrebbe porsi è: posso accontentarmi per paura di prendere l'ennesima facciata? Posso lasciare le cose così come stanno perché non mi danno preoccupazioni e magari mi fanno stare bene? Oppure sto perdendo l'occasione di stare ancora meglio, di essere ancora più appagato, di vivere una vita ancora più piena?

Io so soltanto che se non fosse piombata quella cometa sulla Terra, miliardi di anni fa, non sarei qui a scrivere. Non potrei godere di un pensiero notturno come questo. O di una chat assurda con la mia migliore amica nel cuore della notte. Dettagli? Può darsi; ma rendono piacevole questo "viaggio".

Le mie decisioni le ho prese dopo anni di stallo emotivo. E questo principio di distruzione-costruzione lo sto portando avanti in tutto: la scelta non concerne solo il lavoro, è di vita, amore, benessere, serenità.

Quanto siamo disposti a metterci in gioco, quando tutto sembra andare bene?

Un salto in un buco nero di certo non è una decisione che si può prendere a cuor leggero, ma il punto è: sei disposto a darti una chance?

Per quanto riguarda me, ho solo bisogno di sapere che c'è un occasione per scoprirlo: il resto, per dirla come Van Halen, è solo questione di Jump.

10 novembre 2014

I'm Blu, dabadì dabadà

Quando facevo ancora vita da universitaria, guadagnavo i soldini per la sopravvivenza sociale facendo la promoter. C'era la Lira, per cui la giornata veniva pagata ancora molto bene. A volte arrivavo a guadagnare anche 90.000 lire al giorno, il che voleva dire che con dieci giorni di lavoro riuscivo a intascarmi onestamente 900.000 lire. Non male.

Un passato massonico? No, il ciondolo con il logo della Blu.


Quando ci ripenso mi rendo conto che si tratta dell'era mesozoica. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma negli anni ho conservato anche preziosi insegnamenti dovuti soprattutto al contatto diretto con il pubblico.

Iniziai con le telecamere, al Trony di Piazza della Vittoria, dove mi presi una leggerissima scuffia per un francese che lavorava lì. Mi ricordava molto il mio ex di Prato, quello che mi mollò perché era innamorato del suo migliore amico, ma che devo farci: sono sempre stata un po' recidiva. Un giorno vi racconterò del mio ormai assodato imprinting per l'orecchino a cerchio sui maschi. Prima, però, mi conviene tranquillizzare le fidanzate dei miei amici, credo.

Ad ogni modo questo qui era eterosessualissimo, ma non mi considerava. Così, quando mi spostarono alla telefonia non ci pensai più, e mi concentrai sul lavoro, che doveva consistere nel promuovere i prodotti della Blu: sim card e abbonamenti, quando ancora il cellulare più figo era lo Startack di Tim e la cantante più gettonata Cher (Do you believe in life after love? Io sì, infatti sono ancora viva).

Le cose che rendevano, però, il mio lavoro al Trony una meravigliosa avventura nell'ignoto erano le mie compagne di viaggio, ossia le commesse che mi affiancavano, Ilaria e Francesca (ciao Pisu!), e la loro variopinta clientela.

E quando dico variopinta, intendo proprio variopinta, roba che fino a quel momento sei abituato a frequentare gente che più o meno si esprime come te, fa cose relativamente normali e - a parte certe sporadiche eccezioni (del tipo "ma questo specchio non riflette!" "nemmeno tu: non è uno specchio") non dice cose assurde.

Avrei dovuto fare come Chicco Paglionico, l'uomo Ikea: appuntare ogni sacrosanta stronzata sul libretto nero; ma ero inesperta, e me ne dimenticai.

Peccato! Altrimenti avrei potuto raccontarvi di quella volta in cui entrò una signora, chiedendomi di dare un'occhiata al suo 3310 nuovo di pacca (un minuto di raccoglimento: il miglior cellulare nella storia della tecnologia nordica):

- mi dica signora, in che cosa posso servirla?
- non riesco a inserire il blocco tasti, sono disperata.
- ha provato a premere veloce il tasto centrale e l'asterisco?
- sì ma non riesco.
- ok, me lo faccia vedere, magari capisco dov'è il problema.

Mi passa il cellulare. Lo accendo, inserisco il blocco tasti. Va da dio.

- Signora guardi che a me non ha dato problemi, provi lei.

Glielo passo. Disinserisce, inserisce.

- Ma sì, quando è acceso ci riesco. È quando è spento che non ne vuole sapere!

Oppure vi avrei parlato di quel simpatico trentenne che si arrabbiò molto perché non avevamo il cavo che voleva.

- Buongiorno, senta: mi serve un cavo Plumplum.
- Prego? Credo di non avere capito bene.
- Ma sì [scocciato], su, il cavo Plumplum! Quello che lo inserisco nel pc e mi funziona la periferica subito!
- [dopo un attimo di esitazione] intende dire un cavo PLUG & PLAY?

Oppure ancora, vi avrei raccontato del mio Mito Assoluto. Un uomo che non dimenticherò mai per l'ingegno e la creatività. Colui che rimarrà per sempre negli annali della mia memoria.

Entrò zoppicando insieme alla sua compagna, anziana quanto lui, e chiese a Francesca un TACS. Per chi non se lo ricordasse, o fosse troppo giovane per farlo, i TACS non avevano la scheda. Erano il prototipo di telefono precendente al GSM, con numerazioni più brevi e pesanti come un macigno. Il classico telefono che un anziano poteva armeggiare abbastanza bene, visto che non aveva nessun tipo di feature.
Lo lasciai alla mia collega e mi occupai praticamente subito di un altro cliente che aveva appena messo piede in negozio. Piazzai una prima vendita; poi una seconda, una terza, una quarta e una quinta. E il vecchietto era sempre lì. Era passato dal farsi illustrare il facile funzionamento del TACS a chiedere sempre più informazioni sugli altri modelli più recenti. Dalla faccia, Francesca mi sembrava abbastanza provata, anche perché non si capiva se costui avesse voglia o meno di comprare davvero. Il mio sesto cliente, mentre provava un nokia 5510, fece inavvertitamente scattare l'allarme connesso al modello di prova esposto sul bancone.

Tempo qualche manciata di secondi, arrivò Francesca quasi in lacrime, e mi si buttò letteralmente sulla spalla.

- Ehi, che succede? Tutto a posto?
- Erika [ridendo e piangendo allo stesso tempo], non ce la posso fare: quel vecchietto mi ha chiesto di fargli vedere TUTTI i modelli esposti. Ma il bello è che ha sentito l'allarme.
- E allora?
- E allora mi ha detto, tutto felice: "ecco! Ho deciso: acquisto quel modello che ha in mano la sua collega, così quando me lo rubano mi parte l'allarme a casa!


Mi mancano un po' quei momenti, anche se debbo dire che alcune volte in segreteria ne capitano davvero di belle. Soprattutto perché ho davanti un bancone da reception. E quando qualcuno mi chiede "scusi, questo è il bar?" mi sento ancora una promoter Blu.
In faccia, quantomeno.
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