26 ottobre 2014

Extraterrestrial: quando l'alieno è più umano dei tuoi simili

Che cosa succederebbe se scoprissi che gli extraterrestri esistono?
Come reagiresti?
Che faresti se rapissero proprio la tua dolce metà?

The Vicious Brothers tornano, dopo ESP - Fenomeni Paranormali (pluriosannato, pluripremiato), all'horror tradizionale, o almeno così sembra. La trama, sulle prime, non sembra proprio essere tra le più originali: cinque ragazzi decidono di passare il week end nella casa della protagonista April (una dotatissima Britney Allen); casa che, guarda guarda, si trova proprio nel bel mezzo di un bosco isolato. Deja vù? Lo schema già visto milioni di volte si ripete quasi sfacciatamente: lui, bravo ragazzo fisicamente prestante, chiede a lei, di carattere e indipendente, di sposarla, lei rifiuta, lui non le parla, gli amici cercano di mettere pace, tutti tranne uno, l'Amico Stronzo, quello più drogato di tutti, più alcolizzato e più insofferente che di solito fa una pessima fine (e infatti). In apparenza, un'altra noiosissima pellicola che ricalca il solito soporifero trend, con tanto di luci che si spengono e discesa nelle tenebre della cantina.

Ma forse, e dico forse, non è così tutto casualmente da manuale. La storia comincia a prendere una piega un tantino diversa quando, proprio nel  bel mezzo del gran rifiuto della protagonista di sposare il macho man, qualcosa cade a grande velocità dal cielo, e si sfracella nel bosco. Un meteorite? Un aereo? Impossibile farsi gli affari propri, e i ragazzi salgono in macchina alla volta dell'incidente, muniti di smartphone per filmare col solito cinismo adolescenziale la disgrazia. Quando arrivano, però, non si trovano davanti ai resti di un aereo, bensì di un bel disco volante, inequivocabilmente alieno.


Seppure l'idea dell'UFO crash sia una buona variante alla solita carrellata di epidemie, cani feroci,
maniaci eremiti, tutto si svolge più o meno secondo i canoni, almeno per la prima parte del film. Salva la pellicola un buon ritmo e dialoghi abbastanza credibili. Poi, a metà della narrazione, la svolta.

***ATTENZIONE: SPOILER***
Da quando appare sullo schermo il primo alieno, ovviamente un Grigio, "Extraterrestrial" torna a essere potenzialmente interessante nonostante i cliché. Perché The Vicious Brothers forse in mente hanno proprio questo: farci credere che l'orrore sia tutto uguale, per poi sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo, facendo fuori quasi subito e assai rapidamente il Buono (lo sceriffo), mostrando  - cosa che fino ad oggi non era mai accaduta - l'interno dell'astronave aliena e mettendoci davanti a un finale crudo e dal messaggio molto chiaro: hai paura degli alieni? Forse dovresti averne di più degli esseri umani, perché la pietà al giorno d'oggi è davvero roba dell'altro mondo.
***FINE SPOILER***

Una buona regia, una fotografia non certo da Oscar ma nemmeno da buttare, recitazione accettabile e cinismo finale fanno sì che il film possa dirsi di una certa dignità cinematografica; tutto sommato non è un pessimo risultato, anche se i capolavori - è scontato - sono altri.

Chissà che cosa ci staranno preparando The Vicious Brothers per l'anno 2015. Io, a questo punto, sono curiosa.

Photo: ©Internet Movie Database

19 ottobre 2014

Enrico D'Albertis: uno di noi

Enrico D'Albertis era del segno dei Pesci.
Se fosse nato in quest'epoca, probabilmente consulterebbe Ilmeteo.it per sapere quali sono le condizioni migliori per salpare, poi darebbe una controllatina all'oroscopo di Paolo Fox direttamente dall'app Android, ma alla fine preferirebbe quello di Brezny. Perché di indovini, lui, non ne avrebbe bisogno. Gli sarebbero sufficienti ispirazione, una gran voglia di partire e tanti pensieri positivi; una profonda curiosità e la certezza che il bello del viaggio è il viaggio stesso.

Enrico Alberto D'Albertis in posa plastica
 ©Encrenoire
Enrico non era un navigatore: era un progressista. Uno che guardava sempre oltre, che non si soffermava sul presente e che, soprattutto, mai e poi mai avrebbe subìto una vita fatta di consuetudini e mediocrità. Fece (forte del fatto che in ogni caso g'avea gli sghei) quello che tutti dovremmo fare, ma che pochi osano: buttare all'aria quel che si ha, per cercare soddisfazione personale nelle cose che davvero rendono felici. Per questo cedette le quote che lo legavano all'azienda di famiglia e, nel 1874, salpò. Partì a bordo di uno yacht che chiamò Violante, in onore della madre Violantina, per portare con sé a modo suo gli affetti; navigò senza interruzioni fino al 1879, poi si fermò per fondare, insieme al marchese Doria e al conte Ponza di San Martino, quello che noi conosciamo ancora come Yacht Club.

Quando non era in viaggio, il Capitano passava le sue giornate al Castello d'Albertis, costruito sulla collina di Monte Galletto a Genova. Dal momento che il castello fu da lui ideato, nulla di quel che rappresenta si può iscrivere in un solo gusto stilistico: è sì un castello medievale, ma con elementi neogotici, stralci architettonici tipici dei castelli valdostani e dei palazzi fiorentini. Un mix che rappresenta appieno la sua instancabile ricerca del nuovo, insoddisfatta perché sempre tesa a qualcosa di più, di diverso, di meglio.



Inaugurò la sua dimora in occasione del quattrocentenario dalla scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo. Se Enrico fosse nato in questa epoca, avrebbe il poster del buon Cristoforo in camera sua, leggerebbe tutte le sue biografie, anche quelle scritte da Alfonso Signorini, e non perderebbe una puntata di Superquark dedicata ai grandi viaggiatori. Colombo era per lui un po' come Freddy Mercury per i fans dei Queen: una figura sacra, quasi santa, intoccabile e degna di stima imperitura. Non gli bastò infatti amarlo e apprezzarlo: volle una statua del suo idolo giovinetto proprio al centro della loggia a ponente. I fan dei Queen devono ancora pensarla una roba del genere.

Colombo Giovinetto, di Giulio Monteverdi - ©Twice25 - CC BY-SA 2.5 
Il Castello divenne la sua Smemoranda: ogni cosa preziosa che Enrico portava a Genova, di ritorno dai suoi viaggi, finì per arredare le tante stanze della sua dimora. La trasformò in un museo molto prima che divenisse ufficialmente "Museo delle Culture del Mondo": basti pensare al Salotto Turco, un vero e proprio pezzo d'oriente fatto di numerosissimi trofei provenienti da Cina, India, Giappone, Turchia e Persia. 

Entrare nella casa di quest'uomo ottocentesco eppure così attuale fa sembrare la visita un viaggio astrale nella sua testa. Tante le mete che toccò, quanti i trofei che portò a Genova; senza dimenticare la sua fissa per le meridiane e per le lance: ce ne sono un'infinità. Fa tenerezza, quasi.


Alla fine, la cosa più bella di questa città è sempre stata l'atmosfera. La storia è importante, certo, ma l'aria, l'aria di Genova e del suo vento di mare ha sempre raccontato molto di più. Pare persino che canti, passando tra le stanze del Castello di Monte Galletto: pare persino di vederlo, il Capitano, mentre passeggia tranquillo per il Castello, aspirando profondamente l'intenso odore di salsedine e progettando il suo prossimo viaggio per qualche lontana meta esotica, eletrizzante, il cui richiamo è davvero impossibile ignorare. Pare che viva ancora, tra quei trofei. E, forse, è proprio così.


Per visitare il Museo delle Culture del Mondo, Corso Dogali, 18 - Genova (GE):
Telefono: 010 2723820 - Fax: 010 2721456 
E-mail: castellodalbertis@comune.genova.it; 
Orari di apertura: 10.00 - 18.00

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