26 luglio 2014

Tagli di capelli e blog consigliato


Quando una donna dà un taglio drastico alla chioma, state pur certi che è perché ha preso delle decisioni che cambieranno la sua vita, almeno per come si è svolta fino a oggi.

E così, ho tagliato anch'io; non solo una capigliatura che non accorciavo dagli anni del liceo, ma anche un'esistenza lontana da ciò che amo fare di più. Ho lanciato una bomba all'inizio di luglio; scoppiata senza molto rumore, ma con un sacco di implicazioni, soprattutto economiche. Non ho scelto, tra le percorribili, la strada più facile. Ho preferito quella che mi avrebbe dato più soddisfazione.

A volte prendo atto che molti, pur di mantenere una certa sicurezza, sono disposti ad annullarsi completamente in cose che odiano fare. Per carità, non giudico: in qualche modo io ho facoltà di scegliere in questo momento della mia vita; non a tutti è possibile. Inoltre, debbo dire, non ho mai veramente "odiato" fare quello che sto facendo da ormai 7 anni. Quindi, per me, è stato più facile - se così si può dire - pormi delle domande e agire di conseguenza. Tant'è, però, molto spesso anche chi può scegliere di rivoluzionarsi completamente decide di sedersi e guardarsi vivere. Non voglio farlo. Ciascuno di noi deve rischiare, quando può, per non tradirsi.

Andrà bene? Andrà male? Dipende da me. Sono motivata a fare di tutto perché i miei progetti funzionino. E quindi, per concludere, zac! Taglio i capelli, anche al mio avatar. :)

Saltando di palo in frasca, oggi vorrei consigliarvi una new entry nel mio blogroll: si tratta di bohemianwanderer.com, il nuovissimo blog di una mia cara amica geek, Emanuela "Mae" Agrini, che stimo come persona, come artista e come Social Media Manager. Insomma, non potevo non suggerirla! Inoltre, i contenuti di Bohemian Wanderer, per stessa ammissione dell'autrice, spaziano tra "vagabondaggi tra Italia e Irlanda del Nord, arte e handmade, con una spruzzata di social media": il suo mondo a 360°. Mae è anche produttrice di gioielli in cartapesta, Cartessenza, che adoro e che vi dicono moltissimo sulla sua personalità. Conosco questa ragazza da tempo, e l'ho vista cambiare, trasformarsi, evolversi, acquisire sempre di più definizione. Oggi posso dire che è una persona completa. Professionale, aperta, ispirata.
Poi, cosa non da poco, è fidanzata con un IRLANDESE: adoro quel popolo! Li trovo meravigliosi e socievoli come pochissimi nordeuropei sono in grado di mostrarsi; per tacer della bellezza della loro terra, che resta una meta che voglio visitare in lungo e in largo, prima o poi. Insomma, call to action: cliccate sul suo blog e non ne rimarrete delusi.

Quanto a me, finalmente ho un po' di respiro e potrò tornare più spesso su queste pagine, non solo per raccontarvi il cinema trash. Paura, eh?

Alla prossima e buona estate a tutti voi!

6 luglio 2014

Dèmoni: quando il cinema horror non era digitale

Attenzione: chi è facilmente impressionabile non prosegua oltre, perché il film che andrò a trattare è quanto di più disturbante, terrorizzante e splatter il cinema anni '80 abbia mai partorito.

La locandina originale: il film uscì in lingua inglese per il mercato estero.


LA GENESI:
Dèmoni (1985), regia magistrale di Lamberto Bava e prodotto da Dario Argento, ha un parto molto difficile già a partire dal soggetto, inizialmente di Dardano Sacchetti (che ahinoi, è anche l'autore del soggetto di "Tulpa" di Federico Zampaglione, sul quale preferisco glissare: che delusione, dopo aver visto un ottimo "Shadow"!), che all'epoca firmò diversi soggetti horror veramente notevoli, come "Il gatto a 9 code", "Reazione a catena", "L'aldilà" di Lucio Fulci, per citarne solo alcuni. Una fantasia, la sua, prolifica, visionaria e profondamente in linea con gli intenti dei Maestri del cinema Horror degli anni 70-80; ad oggi rimpiango un po' tutta quella passione e dedizione sia dei tecnici del genere sia del pubblico, che sapeva apprezzare e distinguere molto meglio ciò che era meramente spazzatura e ciò che invece meritava il grande schermo.

Finì però in un gran polpettone, quel soggetto: Bava che da un lato aveva in mano una storia geniale (Dèmoni è tutta farina del suo... Sacchetti!) e dall'altro la possibilità di lasciare la produzione a Dario Argento e girarlo con un ben più ricco budget, e Argento stesso che, non sappiamo perché, è poco convinto e finisce per licenziare il Sacchetti, per poi firmare la sceneggiatura con quattro nomi: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, e, infine, buttato lì, povero, Dardano Sacchetti. Roba che le liti tra Brooke Logan e Taylor Hayez ci sembrerebbero allegre dimostrazioni d'amore saffico.


Geretta Geretta e la maschera d'argento (no, non Dario)

LA TRAMA:
Una ragazza, Cheryl, interpretata dalla Natasha Hovey di Verdone in "Borotalco", riceve da un losco e troppo silenzioso Michele Soavi (grandissima comparsata) due biglietti per l'inaugurazione del cinema Metropol, dove è in programma la proiezione di un misterioso horror. All'entrata, ad accogliere gli spettatori, una Nicoletta Elmi (Benedetta Valentini de "I ragazzi della IIIa C") con lo sguardo che non la racconta giusta; al centro dell'atrio, una Cagiva (sponsor!) alla quale è appesa una maschera d'argento. Una prostituta, Rosemary (Geretta Geretta), accompagnata dal suo magnaccia (Bobby Rhodes, che ritroveremo nel secondo capitolo del film) e da una "collega", provandosi la maschera si ferisce. Durante la proiezione, il protagonista indossa la stessa maschera, si ferisce a sua volta e si trasforma in un feroce demone. E Rosemary? Scappa in preda al panico verso il bagno, e dà il via a una vera e propria epidemia dalla quale non c'è scampo: il cinema è completamente sigillato, e la Hovey, al fianco del bell' Urbano Barberini, dovrà sudare fino alla fine la propria salvezza (con botta finale, io ve l'ho detto).

I TECNICI:
Sergio Stivaletti con il "suo" Menelik
Due nomi, un grandioso lavoro: Sergio Stivaletti per gli effetti speciali, Rosario Prestopino al trucco di scena. A questi due grandi professionisti va il merito di avermi spaventata fino all'ossessione, all'epoca. Un realismo nelle trasformazioni, realizzate con elementi meccanici (altro che Avatar!) con zanne che rimpiazzano i denti, artigli che scalzano le unghie, bava verde che non si sa cosa sia e una dovizia di particolari terrificanti che portarono il film, tutto sommato di umile nascita, a essere un vero capolavoro che è riuscito a influenzare il cinema di oggi.


Nancy Brilli visibilmente scossa dalla sceneggiatura

L'anno seguente, nel 1986, esce il sequel, "Dèmoni 2", con stessa trama ma diversa ambientazione: questa volta i dèmoni escono dai monitor tv e infettano un intero condominio supertecnologico, che diventa una tomba per i malcapitati inquilini. Tra gli attori, Coralina Cataldi Tassoni, Michele Mirabella (già comparso nei film di Fulci), Nancy Brilli e Davide Marotti, "Ciribiribì Kodak", per capirci.  Altro giro, altro regalo: stavolta il sangue dei dèmoni è corrosivo e, bucando non solo lo schermo ma anche i pavimenti, riesce a propagare il morbo di piano in piano senza grossa fatica. Sarà compito del bel David Knight riuscire a portare in salvo la povera Nancy Brilli, incinta del suo bambino.

Su questo sequel non mi dilungherò, ma voglio citare il mio amico e regista horror Davide Scovazzo, che a mio parere ha centrato il nucleo della questione: "Demoni 2 ci ha insegnato che Derek Zoolander aveva ragione: i modelli sono delle macchine da guerra!" 

IL SALTO DI QUALITA':
no ma... al limite del plagio!
Dèmoni è un film di svolta per il cinema horror, che allora aveva contato soprattutto sugli zombie per raccontarsi. Qui abbiamo diversi elementi che cambieranno per sempre il "mostro" cinematografico. Anzitutto, la dinamicità dei movimenti: questi esseri scattano verso le prede con una velocità che farebbe invidia a Ultraman, affossando una volta per tutte la lenta camminata da morto vivente (e risolvendo così il sommo problema di trovare una giustificazione al fatto che riescano sempre a raggiungere le proprie vittime, nonostante le stesse abbiano il tempo di andarsene pure dal parrucchiere); poi, la malvagità come un morbo che si propaga attraverso il sangue: sarà una coincidenza, ma proprio in quel periodo aleggiava sulla società un nuovo spauracchio, quello dell'AIDS. Il fatto che sia proprio una prostituta a iniziare il contagio forse non è così del tutto casuale. Inoltre, l'aspetto degli stessi mostri: non più simile a qualcosa di morto, ma creature nuove, vive e maledette, la cui trasformazione non viene negata all'occhio dello spettatore, ma mostrata con una lentezza da camera di tortura. Stivaletti ha dato il meglio di sé nella creazione degli effetti meccanici, e senza l'aiuto di software: tutto si tocca con mano. Il cinema di oggi ha fatto tesoro di questi insegnamenti, basti pensare a "28 giorni dopo" o a "REC": ambientazione claustrofobica, sguardi e movimenti veloci ricordano i dèmoni di Bava, in tutto e per tutto, idea del contagio compresa. Un po' meno mostri, più posseduti, ma non neghiamolo: ha fatto scuola.


Ora, guardiamoci in faccia: io di horror ne ho visti tanti, belli e brutti, ma nulla mi ha mai spaventata come Dèmoni; io ero una bambina che a sei anni ha rotto i maròni ai genitori per guardare Profondo Rosso e le è pure piaciuto, i film di zombie mi facevano ridere tanto e con i vampiri andavamo a fare merenda insieme. Non c'è una sola spiegazione per il puro terrore che mi prese alla visione di queste creature. Raccapriccianti quanto vuoi e in un modo disturbante, va bene: né i primi, né gli ultimi. Forse il tema del contagio è stata la miccia che mi lasciò in balìa della sospensione di incredulità; oppure il sapiente trucco di Prestopino, o le zanne meccaniche di Stivaletti. Chi lo sa. Sta di fatto che ancora oggi devo sforzarmi e guardarlo a pezzettini, per ricordare a me stessa che è solo un film, che se vado al cinema poi posso uscire, che posso anche lasciarla accesa, la tv, e che quella macchia che vedo sul soffitto è solo simpatica umidità. C'è qualcosa di ancestrale che emerge, però, qualcosa di non detto: forse è la cattiveria atavica dell'uomo che fa paura, la sua imprevedibilità, la possibilità che abbia il sopravvento sulla ragione. Chi lo sa.

Nel dubbio, continuiamo anche oggi, che è il 2014, a parlarne: se non è sinonimo di successo questo... Buona visione! Se bussate alla mia porta non vi apro. Non si sa mai.

3 luglio 2014

Che ci importa del mondo



Scrivo a caldo, con ancora la pelle d'oca, perché non mi capita spesso di leggere ed entrare così a fondo nei pensieri e nei sentimenti di un personaggio e non voglio perdere l'occasione di cavalcare questa tiepida onda che mi ha fatto stare bene per tre giorni, giusto il tempo di finire le 500 pagine che aveva da raccontare.

Di Selvaggia Lucarelli s'è detto tanto, s'è detto soprattutto male. Perché è intelligente, ironica al punto giusto, intellettualmente onesta e bella. Una cosa inaccettabile, per una Italietta perbenista e maschilista come è il nostro Paese.

A me di solito non interessa sapere chi ha scritto un libro, se la storia mi travolge e mi piace: potrebbe essere il frutto dei ricordi di Jack lo Squartatore, ma se mi prende davvero sono disposta a dargli l'assoluzione completa purché non smetta di scrivere. In questo caso, però, Selvaggia donna trasuda da ogni pagina che racconta Viola: impossibile immaginarla con altre fattezze, come è impossibile non amarla dalla prima riga. 

Se anche la storia è totalmente di fantasia, non lo sono i caratteri, disegnati a tutto tondo, che sgomitano per acquisire vita propria. Come non riconoscere in Orlando un po' del piccolo Leòn, che vuole i capelli lunghi come Thor, ama tanto Godzilla e - Selvaggia stessa lo afferma in alcune inteviste - è un po' quacchero: un bimbo che non ha problemi a darsi regole da solo, tanto che la fatica della madre sta più nel cercare di abolire quelle di troppo, che dettarne di nuove.

Di Selvaggia Lucarelli, emerge attraverso le pagine la "poetica esistenziale": ciò che pensa dell'educazione del figlio, della tv, del suo talento e del suo, a volte ingombrante, essere una bella donna in una società in cui "bella che parla in tv = zoccola" nella maggior parte dei casi.

Mi colpisce che abbia scelto le sue tre più care amiche, l'ormai eroico "Gruppo Testuggine", per dare voce alle amiche di Viola, perché è una cosa che farei anch'io; mi piacerebbe regalare a Grazia, Arianna e Annalisa (il mio "Gruppo Testuggine") una vita nuova e inventata, fatta però della loro più profonda essenza, compresi difetti e pregi, aspirazioni e rassegnazioni, che fanno però di loro quello che per me è solo un altro modo per dire "famiglia".

C'è qualcosa nelle parole di Selvaggia, che mi ricorda il mio mondo privato. Non sono una scrittrice, né una persona famosa; il mio lavoro lo amo, ma non potrei gioirne davvero senza avere accanto le persone a cui voglio più bene, anche solo per sfogarmi quando qualcosa non va, anche solo per ridere insieme di quel che ci accade e delle coincidenze; tante volte sono passata accanto a pasticcerie "DiViole", e anche io ci ho visto un qualche recondito messaggio dell'Universo, e sorrido del fatto che tra le pagine di "Che c'importa del mondo" riconosco anche un po' di me in quanto donna, in quanto amica, in quanto disastro sentimentale e, se non madre, in quanto zia di un bellissimo nuovo nipotino che - per coincidenza - so già che amerà Godzilla perché la mamma è una che lo ha amato di brutto prima di lui.

Selvaggia Lucarelli mi è sempre piaciuta, e mi piace sempre di più. Non il personaggio: la donna.

Comprate il libro, leggetelo e godetevelo. Io l'ho fatto dalla prima all'ultima pagina.

p.s. La D'Urso, che faccetta delle sue avrà fatto quando s'è trovata davanti al personaggio di Giusy Speranza? Sono validi meme come risposta, o in alternativa anche dei "bruuuutta brutta brutta brutta!".
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...