25 maggio 2014

"Blue Jasmine", un fiore avvelenato


Non giudicare un libro dalla copertina. 
Non fidarti del lupo travestito da agnello.
Non è detto che la mela più bella sia anche la più buona.

La saggezza popolare ha sfornato una miriade di avvertimenti per tramandare un concetto fondamentale, e cioè che non sempre la realtà è ciò che sembra. Questo il solo - ma più che sufficiente - soggetto attorno al quale si svolge la trama di "Blue Jasmine", ultimo capolavoro di Woody Allen, che questa volta ha voluto al suo fianco un'azzeccatissima Cate Blanchett, a mio parere l'unica attrice che potrebbe fare le scarpe alla quasi irraggiungibile Nicole Kidman per bravura e intensità. 

Un ruolo perfetto quello di Jasmine: perfetta illusa, perfetta snob, perfetta bugiarda. Quando arrivi a mentire anche a te stesso, ecco, ci sei: se allunghi la mano puoi toccare il fondo. Com'è? Potessi anche assaggiarlo, saprebbe di vodka e limone, xanax, lacrime e qualcosa di indefinibile, un retrogusto che forse è solo immaginato, forse è reale, di solitudine. Jasmine è una donna che - pur essendo stata molto ricca, perde tutto in un attimo: marito, figliastro, "case, pellicce, anelli", come lei stessa afferma in una battuta, e dulcis in fundo, il senno: decide perciò di andare a vivere per un po' dalla sorella povera Ginger, che al contrario di lei non avrà una casa enorme né un marito ricco sfondato, ma è felice, almeno così sembra. Con l'arrivo di Jasmine, la sua vita si trasformerà per un po' in un casino, ma vi tranquillizzo senza fare spoiler: è un attimo, perché povero non significa necessariamente stupido, o cieco

La storia di Jasmine è un po' un pretesto per dire tante cose senza urlarle, cosa che Allen ha sempre fatto con grande maestria: giocare con i personaggi, metterli a paragone, spogliarli piano piano con la tecnica del flashback; e la Blanchett a rendere il tutto una sinfonia perfetta, con le giuste pause, gli acuti e i bassi dove devono stare. Grandissima prova di una professionista che ha già consolidato il suo talento in numerose pellicole per il grande schermo e che si è meritata l'Oscar come migliore attrice protagonista. Non conosco nessun'altra in grado di convincermi così bene di essere la Regina d'Inghilterra e al contempo un'illusa schizoide. A parte la Kidman, s'era detto.

Guardatelo e gustatelo come un cocktail. Se vi piace che resti in bocca anche un po' d'amaro, dopo.

18 maggio 2014

"Lei" ha a che fare con "Noi"

Difficile stendere una recensione canonica, per un film come quello che ha realizzato Spike Jonze con "Her". Perché sembra andare di superficie, ma in realtà si fa strada dentro, in quel posticino dove abbiamo racchiuso ciò che ci rende quello che siamo, i sentimenti che abbiamo vissuto, le insicurezze, le paure, i dubbi. Noi. 

Siamo in un futuro non troppo lontano. Theodore sta divorziando da Katherine, l'amore della sua vita, fino a quel momento; trascinandosi tra il lavoro e una vita sbiadita, un giorno acquista un nuovo tipo di Sistema Operativo (OS, appunto), e sceglie che sia una voce di donna a fargli compagnia mentre organizza il suo lavoro. "Lei", è da subito diversa da qualsiasi altro sistema operativo: si sceglie il nome da sola, Samantha, perché le piace come suona, ride alle battute, è simpatica. Piano piano Theodore scopre che è possibile lasciarsi alle spalle sofferenza e incertezze, lasciandosi andare a qualcosa di nuovo e sconosciuto, ma bello e oltre qualsiasi fisicità. Si abbandona a un viaggio nella propria umanità e la riscopre, grazie a Samantha. E s'innamora di "Lei".

Ma Samantha è molto più che umana; il luogo in cui cresce è al di là della nostra realtà e va più veloce. E i silenzi, i sospiri, non riescono a colmare distanze così immense. Il limite di Theodore è una roccia pesante che lo trascina sul fondo, impedendogli di liberarsi davvero e completamente.

La nostra umanità non è in grado di andare oltre, ma solo di andare avanti. Possiamo iniziare un altro capitolo, ma non sarà mai slegato da quello precedente. E la poesia con cui questo sale a coscienza, sullo schermo, nel cuore, nei ricordi: questo fa di "Her" molto più di un semplice film, più di uno scenario. E al contempo è solo uno dei tanti modi per raccontare quanto sia difficile non soltanto amare, ma accettarlo e accettare che l'amore che riceviamo sia diverso da quello che vorremmo e, infine, lasciarlo andare.

E tuttavia non termina tutto qui. 
Perché "la vita è una", e alla fine vogliamo tutti la stessa cosa: "gioia".

E allora la troviamo in qualcosa che ci dia conforto. Non è la felicità, o forse sì, magari è proprio quello. Chi lo sa. Ma, intanto, la nostra vita procede, un capitolo per volta. E si lascia indietro personaggi che ci restano comunque attaccati fino alla fine del libro. 

Per sempre.

2 maggio 2014

Non ci capisco un Tube

Un anno fa, se mi avessero chiesto di fare un video e di mettere la mia faccia alla mercé della rete, esposta e vulnerabile al giudizio e pregiudizio di chiunque, avrei detto che no, grazie, non era il caso, e che la "penna", sia essa vera o virtuale, mi avrebbe rappresentata a sufficienza fino alla fine dei tempi.

Sono molto cambiata.
Fisicamente, perché ho preso due taglie: in tutto sono 15 Kg in più. Sono bassina e piccola di ossatura: si vedono tutti. 

Il cambiamento più forte, però, è avvenuto nella mia testa. Perché oggi posso dire di non essere più la persona che ero anche solo dodici mesi fa. Ho cambiato il mio punto di vista. Ma non sulla vita, né sugli altri: su me stessa.

Un anno fa, ho iniziato un percorso introspettivo: anziché chiedermi perché mi andava tutto male, ho cercato di fare in modo che qualcosa andasse meglio; anziché disperarmi per un amore non ricambiato e folle, ho cominciato a vivere senza, ripetendomi che non mi avrebbe mai resa felice. Mi sono detta la verità, e mi è costato impegno, esercizio, e sacrificio.

Non è ancora finita, perché lo sarà davvero quando troverò la forza anche di rispettare il mio corpo così com'è, perché ancora sono in imbarazzo in mezzo alla gente, e questo non va bene, mi impedisce di godere del piacere di conoscere gente nuova (già, perché gli amici, loro mi vogliono bene come sono, e lo so). 

Però il fatto che mi sia piazzata dinanzi alla webcam, e abbia iniziato a parlare anziché a scrivere, a non vergognarmi più di non essere perfetta, a tenere gli occhiali (persino sulla caricatura della header) e a mostrare il mio volto, e i kg di troppo senza imbarazzo, è un grande passo avanti. Perché io sono quella che leggete, e resto tale anche se non rispecchio i canoni di bellezza che la società impone. Non so se a ragione o meno: ma io sono diversa. Fuori, ma soprattutto dentro. E questo, a mio parere, dovrà fare la differenza, perché è ciò che fa di me la persona che sono.

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