26 dicembre 2014

Sonetto XXVII




















E c'è questo piccolo grande sentimento, che ti ritrovi nel cuore e che non sapevi dove fosse finché non si è fatto sentire. Batte sulle arterie, cerca di esploderti dentro. Non riesci a lottarci contro: si fa riconoscere. Ti dice cosa dire, ti spinge a esporti. Ti costringe a guardarti allo specchio e a fare i conti con te stessa. Non sai come chiamarlo, ma è così che dev'essere: quando cresce qualcosa in te lo culli dentro e non gli dai un nome finché non ha visto la luce. Il momento del parto lo temi, e lo brami. Vorresti abbracciarlo, questo piccolo e grande sentimento, vederlo finalmente fuori dal tuo corpo, per capire cos'è. Ma è presto, e attendi. E nel frattempo sei leggera, sei folle, tremi, sudi freddo. A volte hai la nausea, da quanto hai paura. Ma non ci sono "se" e non ci sono "ma", non si può proprio ignorare. Perché esiste. Cresce. Prende forma. Anche se non hai figli, senti che anche questa è una gestazione. La proteggi. Ti consola. Ti fa sentire viva. Scegli un nome. Quasi sempre è qualcosa che inizia per A.

Sfinito dalla fatica, mi affretto al mio letto,
il caro riposo per le membra stanche del viaggio;
ma allora un altro viaggio mi comincia nella testa,
e lavora la mia mente, quando è finito il lavoro del corpo.
Allora i miei pensieri, di là lontano dove mi trovo, 
verso di te fanno un devoto pellegrinaggio,
e tengono spalancate le mie palpebre pesanti,
a guardare la tenebra che vedono i ciechi. 
Senonché la vista immaginaria della mia anima, 
presenta al mio sguardo cieco la tua ombra,
che, come un gioiello appeso alla notte spettrale, 
fa la nera notte bella e il suo vecchio volto nuovo. 
Così di giorno le mie membra, di notte la mia mente, 
per causa tua, e mia, non trovano quiete.


7 dicembre 2014

Growing Older

©Shutterstock.com/Twin Design
Non sono abituata a contare i miei capelli bianchi, e da quando ne è spuntato qualcuno in più evito persino di fare la tinta, per non rovinarli.

"Invecchiare" a 36 anni è una parola un po' forzata. Sarebbe meglio dire: diventare più saggi.
Non è una sciocchezza, gli anni ti cambiano. Il tempo ti cambia. A distanza di una manciata di anni, io non sono più la stessa persona. Non lo diceva anche Eraclito, che "Panta Rei"? Tutto scorre, anche tu. Anche i pensieri, che regolano la tua esistenza. Rispetto ad anni in cui ho represso la parte migliore di me in funzione di un continuo farmi del male, piangermi addosso, di una cecità volontaria assunta nei confronti della mia vita e delle mie scelte, ora sono più forte.
Il successo, il lavoro: hanno un sapore diverso. Non è più un pensiero limitante, del tipo "non ho scelta", o "non cambierà mai nulla": la scelta c'è sempre, sta a te trovare dove indirizzarla.
L'amore non è più una parola né un ridicolo guizzo d'attrazione: è profonda condivisione, costruzione, somiglianza. Certo, bisogna piacersi: ma a vent'anni, come era facile innamorarsi!
Oggi è tutto diverso. Ti svegli una mattina e capisci che hai percorso un sacco di strada; che sei caduta, ti sei rialzata, hai provato a tornare indietro ma l'unico risultato è che ti sei sbucciata le ginocchia e riempita i piedi di vesciche doloranti. Non è una vergogna sedersi su una pietra, all'ombra, e darsi respiro. Concedersi quel tempo che prima era inesorabile e scorreva troppo veloce, per capire e ponderare cosa vuoi davvero.

I miei capelli bianchi sono la mia storia. Lo sono le borse sotto gli occhi, e le parole che non faticano più a uscire, siano esse scritte o pronunciate. E le attitudini, nelle quali ho imparato a credere, senza minimizzarle. E i sentimenti, nei quali ho profonda fiducia, e sono certa che siano recepiti correttamente dalle persone come me.

In questo credo, in questo spero: che il viaggio sia sempre meglio, sempre più consapevole e sempre più ricco di insegnamenti.

2 dicembre 2014

Lo Specchio


Ho trovato uno specchio.

Una superficie tanto trasparente e profonda, nella quale ho infine incontrato il mio riflesso.

Mai prima d'ora avevo visto davvero la mia immagine.

L'istinto è di fuggire: io sono abituata all'infinito, al cielo scuro d'inverno, alle stelle lontane. Eppure questo limite di me stessa così netto, così nitido, è bellezza.

È stato come riconoscersi dopo avere avuto gli occhi bendati per lungo tempo.

Vorrei allungare una mano, sentire i contorni del mio limite. Scoprire che cosa giace dietro questa sembianza, e perché mai ora, proprio ora, e non prima, ho sentito il bisogno di affidarle il mio sguardo.

In fondo, è semplice. 
Basterebbe rendersi conto che non sto guardando nei miei occhi, ma nei tuoi.

26 novembre 2014

Cambiare tutto, per cambiare tutto.

L' universo ha origine dal caos.
La vita sulla Terra, probabilmente dall'impatto di una cometa che ha portato i germi di un nuovo inizio.

Se c'è una cosa che ho capito, è che ci sono corsi e ricorsi in questa esistenza che ci riportano continuamente a questo. Non esiste una costruzione se prima non c'è stata distruzione. Una dura legge, qualcuno penserà. Non è facile sottostarvi. Ma è questo principio che permette di raggiungere obiettivi, conquistare nuove mete o la serenità tanto agognata.

A volte la scelta è semplice: distruggere qualcosa che va molto male non comporta un ridimensionamento drastico della quotidianità. È quasi fisiologico. Ma distruggere qualcosa che va bene, o molto bene, che ci dà sicurezza, è un passo difficile che non può essere fatto a cuor leggero.
Tuttavia, le domande che ciascuno di noi dovrebbe porsi è: posso accontentarmi per paura di prendere l'ennesima facciata? Posso lasciare le cose così come stanno perché non mi danno preoccupazioni e magari mi fanno stare bene? Oppure sto perdendo l'occasione di stare ancora meglio, di essere ancora più appagato, di vivere una vita ancora più piena?

Io so soltanto che se non fosse piombata quella cometa sulla Terra, miliardi di anni fa, non sarei qui a scrivere. Non potrei godere di un pensiero notturno come questo. O di una chat assurda con la mia migliore amica nel cuore della notte. Dettagli? Può darsi; ma rendono piacevole questo "viaggio".

Le mie decisioni le ho prese dopo anni di stallo emotivo. E questo principio di distruzione-costruzione lo sto portando avanti in tutto: la scelta non concerne solo il lavoro, è di vita, amore, benessere, serenità.

Quanto siamo disposti a metterci in gioco, quando tutto sembra andare bene?

Un salto in un buco nero di certo non è una decisione che si può prendere a cuor leggero, ma il punto è: sei disposto a darti una chance?

Per quanto riguarda me, ho solo bisogno di sapere che c'è un occasione per scoprirlo: il resto, per dirla come Van Halen, è solo questione di Jump.

10 novembre 2014

I'm Blu, dabadì dabadà

Quando facevo ancora vita da universitaria, guadagnavo i soldini per la sopravvivenza sociale facendo la promoter. C'era la Lira, per cui la giornata veniva pagata ancora molto bene. A volte arrivavo a guadagnare anche 90.000 lire al giorno, il che voleva dire che con dieci giorni di lavoro riuscivo a intascarmi onestamente 900.000 lire. Non male.

Un passato massonico? No, il ciondolo con il logo della Blu.


Quando ci ripenso mi rendo conto che si tratta dell'era mesozoica. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma negli anni ho conservato anche preziosi insegnamenti dovuti soprattutto al contatto diretto con il pubblico.

Iniziai con le telecamere, al Trony di Piazza della Vittoria, dove mi presi una leggerissima scuffia per un francese che lavorava lì. Mi ricordava molto il mio ex di Prato, quello che mi mollò perché era innamorato del suo migliore amico, ma che devo farci: sono sempre stata un po' recidiva. Un giorno vi racconterò del mio ormai assodato imprinting per l'orecchino a cerchio sui maschi. Prima, però, mi conviene tranquillizzare le fidanzate dei miei amici, credo.

Ad ogni modo questo qui era eterosessualissimo, ma non mi considerava. Così, quando mi spostarono alla telefonia non ci pensai più, e mi concentrai sul lavoro, che doveva consistere nel promuovere i prodotti della Blu: sim card e abbonamenti, quando ancora il cellulare più figo era lo Startack di Tim e la cantante più gettonata Cher (Do you believe in life after love? Io sì, infatti sono ancora viva).

Le cose che rendevano, però, il mio lavoro al Trony una meravigliosa avventura nell'ignoto erano le mie compagne di viaggio, ossia le commesse che mi affiancavano, Ilaria e Francesca (ciao Pisu!), e la loro variopinta clientela.

E quando dico variopinta, intendo proprio variopinta, roba che fino a quel momento sei abituato a frequentare gente che più o meno si esprime come te, fa cose relativamente normali e - a parte certe sporadiche eccezioni (del tipo "ma questo specchio non riflette!" "nemmeno tu: non è uno specchio") non dice cose assurde.

Avrei dovuto fare come Chicco Paglionico, l'uomo Ikea: appuntare ogni sacrosanta stronzata sul libretto nero; ma ero inesperta, e me ne dimenticai.

Peccato! Altrimenti avrei potuto raccontarvi di quella volta in cui entrò una signora, chiedendomi di dare un'occhiata al suo 3310 nuovo di pacca (un minuto di raccoglimento: il miglior cellulare nella storia della tecnologia nordica):

- mi dica signora, in che cosa posso servirla?
- non riesco a inserire il blocco tasti, sono disperata.
- ha provato a premere veloce il tasto centrale e l'asterisco?
- sì ma non riesco.
- ok, me lo faccia vedere, magari capisco dov'è il problema.

Mi passa il cellulare. Lo accendo, inserisco il blocco tasti. Va da dio.

- Signora guardi che a me non ha dato problemi, provi lei.

Glielo passo. Disinserisce, inserisce.

- Ma sì, quando è acceso ci riesco. È quando è spento che non ne vuole sapere!

Oppure vi avrei parlato di quel simpatico trentenne che si arrabbiò molto perché non avevamo il cavo che voleva.

- Buongiorno, senta: mi serve un cavo Plumplum.
- Prego? Credo di non avere capito bene.
- Ma sì [scocciato], su, il cavo Plumplum! Quello che lo inserisco nel pc e mi funziona la periferica subito!
- [dopo un attimo di esitazione] intende dire un cavo PLUG & PLAY?

Oppure ancora, vi avrei raccontato del mio Mito Assoluto. Un uomo che non dimenticherò mai per l'ingegno e la creatività. Colui che rimarrà per sempre negli annali della mia memoria.

Entrò zoppicando insieme alla sua compagna, anziana quanto lui, e chiese a Francesca un TACS. Per chi non se lo ricordasse, o fosse troppo giovane per farlo, i TACS non avevano la scheda. Erano il prototipo di telefono precendente al GSM, con numerazioni più brevi e pesanti come un macigno. Il classico telefono che un anziano poteva armeggiare abbastanza bene, visto che non aveva nessun tipo di feature.
Lo lasciai alla mia collega e mi occupai praticamente subito di un altro cliente che aveva appena messo piede in negozio. Piazzai una prima vendita; poi una seconda, una terza, una quarta e una quinta. E il vecchietto era sempre lì. Era passato dal farsi illustrare il facile funzionamento del TACS a chiedere sempre più informazioni sugli altri modelli più recenti. Dalla faccia, Francesca mi sembrava abbastanza provata, anche perché non si capiva se costui avesse voglia o meno di comprare davvero. Il mio sesto cliente, mentre provava un nokia 5510, fece inavvertitamente scattare l'allarme connesso al modello di prova esposto sul bancone.

Tempo qualche manciata di secondi, arrivò Francesca quasi in lacrime, e mi si buttò letteralmente sulla spalla.

- Ehi, che succede? Tutto a posto?
- Erika [ridendo e piangendo allo stesso tempo], non ce la posso fare: quel vecchietto mi ha chiesto di fargli vedere TUTTI i modelli esposti. Ma il bello è che ha sentito l'allarme.
- E allora?
- E allora mi ha detto, tutto felice: "ecco! Ho deciso: acquisto quel modello che ha in mano la sua collega, così quando me lo rubano mi parte l'allarme a casa!


Mi mancano un po' quei momenti, anche se debbo dire che alcune volte in segreteria ne capitano davvero di belle. Soprattutto perché ho davanti un bancone da reception. E quando qualcuno mi chiede "scusi, questo è il bar?" mi sento ancora una promoter Blu.
In faccia, quantomeno.

26 ottobre 2014

Extraterrestrial: quando l'alieno è più umano dei tuoi simili

Che cosa succederebbe se scoprissi che gli extraterrestri esistono?
Come reagiresti?
Che faresti se rapissero proprio la tua dolce metà?

The Vicious Brothers tornano, dopo ESP - Fenomeni Paranormali (pluriosannato, pluripremiato), all'horror tradizionale, o almeno così sembra. La trama, sulle prime, non sembra proprio essere tra le più originali: cinque ragazzi decidono di passare il week end nella casa della protagonista April (una dotatissima Britney Allen); casa che, guarda guarda, si trova proprio nel bel mezzo di un bosco isolato. Deja vù? Lo schema già visto milioni di volte si ripete quasi sfacciatamente: lui, bravo ragazzo fisicamente prestante, chiede a lei, di carattere e indipendente, di sposarla, lei rifiuta, lui non le parla, gli amici cercano di mettere pace, tutti tranne uno, l'Amico Stronzo, quello più drogato di tutti, più alcolizzato e più insofferente che di solito fa una pessima fine (e infatti). In apparenza, un'altra noiosissima pellicola che ricalca il solito soporifero trend, con tanto di luci che si spengono e discesa nelle tenebre della cantina.

Ma forse, e dico forse, non è così tutto casualmente da manuale. La storia comincia a prendere una piega un tantino diversa quando, proprio nel  bel mezzo del gran rifiuto della protagonista di sposare il macho man, qualcosa cade a grande velocità dal cielo, e si sfracella nel bosco. Un meteorite? Un aereo? Impossibile farsi gli affari propri, e i ragazzi salgono in macchina alla volta dell'incidente, muniti di smartphone per filmare col solito cinismo adolescenziale la disgrazia. Quando arrivano, però, non si trovano davanti ai resti di un aereo, bensì di un bel disco volante, inequivocabilmente alieno.


Seppure l'idea dell'UFO crash sia una buona variante alla solita carrellata di epidemie, cani feroci,
maniaci eremiti, tutto si svolge più o meno secondo i canoni, almeno per la prima parte del film. Salva la pellicola un buon ritmo e dialoghi abbastanza credibili. Poi, a metà della narrazione, la svolta.

***ATTENZIONE: SPOILER***
Da quando appare sullo schermo il primo alieno, ovviamente un Grigio, "Extraterrestrial" torna a essere potenzialmente interessante nonostante i cliché. Perché The Vicious Brothers forse in mente hanno proprio questo: farci credere che l'orrore sia tutto uguale, per poi sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo, facendo fuori quasi subito e assai rapidamente il Buono (lo sceriffo), mostrando  - cosa che fino ad oggi non era mai accaduta - l'interno dell'astronave aliena e mettendoci davanti a un finale crudo e dal messaggio molto chiaro: hai paura degli alieni? Forse dovresti averne di più degli esseri umani, perché la pietà al giorno d'oggi è davvero roba dell'altro mondo.
***FINE SPOILER***

Una buona regia, una fotografia non certo da Oscar ma nemmeno da buttare, recitazione accettabile e cinismo finale fanno sì che il film possa dirsi di una certa dignità cinematografica; tutto sommato non è un pessimo risultato, anche se i capolavori - è scontato - sono altri.

Chissà che cosa ci staranno preparando The Vicious Brothers per l'anno 2015. Io, a questo punto, sono curiosa.

Photo: ©Internet Movie Database

19 ottobre 2014

Enrico D'Albertis: uno di noi

Enrico D'Albertis era del segno dei Pesci.
Se fosse nato in quest'epoca, probabilmente consulterebbe Ilmeteo.it per sapere quali sono le condizioni migliori per salpare, poi darebbe una controllatina all'oroscopo di Paolo Fox direttamente dall'app Android, ma alla fine preferirebbe quello di Brezny. Perché di indovini, lui, non ne avrebbe bisogno. Gli sarebbero sufficienti ispirazione, una gran voglia di partire e tanti pensieri positivi; una profonda curiosità e la certezza che il bello del viaggio è il viaggio stesso.

Enrico Alberto D'Albertis in posa plastica
 ©Encrenoire
Enrico non era un navigatore: era un progressista. Uno che guardava sempre oltre, che non si soffermava sul presente e che, soprattutto, mai e poi mai avrebbe subìto una vita fatta di consuetudini e mediocrità. Fece (forte del fatto che in ogni caso g'avea gli sghei) quello che tutti dovremmo fare, ma che pochi osano: buttare all'aria quel che si ha, per cercare soddisfazione personale nelle cose che davvero rendono felici. Per questo cedette le quote che lo legavano all'azienda di famiglia e, nel 1874, salpò. Partì a bordo di uno yacht che chiamò Violante, in onore della madre Violantina, per portare con sé a modo suo gli affetti; navigò senza interruzioni fino al 1879, poi si fermò per fondare, insieme al marchese Doria e al conte Ponza di San Martino, quello che noi conosciamo ancora come Yacht Club.

Quando non era in viaggio, il Capitano passava le sue giornate al Castello d'Albertis, costruito sulla collina di Monte Galletto a Genova. Dal momento che il castello fu da lui ideato, nulla di quel che rappresenta si può iscrivere in un solo gusto stilistico: è sì un castello medievale, ma con elementi neogotici, stralci architettonici tipici dei castelli valdostani e dei palazzi fiorentini. Un mix che rappresenta appieno la sua instancabile ricerca del nuovo, insoddisfatta perché sempre tesa a qualcosa di più, di diverso, di meglio.



Inaugurò la sua dimora in occasione del quattrocentenario dalla scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo. Se Enrico fosse nato in questa epoca, avrebbe il poster del buon Cristoforo in camera sua, leggerebbe tutte le sue biografie, anche quelle scritte da Alfonso Signorini, e non perderebbe una puntata di Superquark dedicata ai grandi viaggiatori. Colombo era per lui un po' come Freddy Mercury per i fans dei Queen: una figura sacra, quasi santa, intoccabile e degna di stima imperitura. Non gli bastò infatti amarlo e apprezzarlo: volle una statua del suo idolo giovinetto proprio al centro della loggia a ponente. I fan dei Queen devono ancora pensarla una roba del genere.

Colombo Giovinetto, di Giulio Monteverdi - ©Twice25 - CC BY-SA 2.5 
Il Castello divenne la sua Smemoranda: ogni cosa preziosa che Enrico portava a Genova, di ritorno dai suoi viaggi, finì per arredare le tante stanze della sua dimora. La trasformò in un museo molto prima che divenisse ufficialmente "Museo delle Culture del Mondo": basti pensare al Salotto Turco, un vero e proprio pezzo d'oriente fatto di numerosissimi trofei provenienti da Cina, India, Giappone, Turchia e Persia. 

Entrare nella casa di quest'uomo ottocentesco eppure così attuale fa sembrare la visita un viaggio astrale nella sua testa. Tante le mete che toccò, quanti i trofei che portò a Genova; senza dimenticare la sua fissa per le meridiane e per le lance: ce ne sono un'infinità. Fa tenerezza, quasi.


Alla fine, la cosa più bella di questa città è sempre stata l'atmosfera. La storia è importante, certo, ma l'aria, l'aria di Genova e del suo vento di mare ha sempre raccontato molto di più. Pare persino che canti, passando tra le stanze del Castello di Monte Galletto: pare persino di vederlo, il Capitano, mentre passeggia tranquillo per il Castello, aspirando profondamente l'intenso odore di salsedine e progettando il suo prossimo viaggio per qualche lontana meta esotica, eletrizzante, il cui richiamo è davvero impossibile ignorare. Pare che viva ancora, tra quei trofei. E, forse, è proprio così.


Per visitare il Museo delle Culture del Mondo, Corso Dogali, 18 - Genova (GE):
Telefono: 010 2723820 - Fax: 010 2721456 
E-mail: castellodalbertis@comune.genova.it; 
Orari di apertura: 10.00 - 18.00

20 settembre 2014

Elena, i 40 e i veri progetti


Io ai quaranta non ci sono ancora arrivata, vero, ma manca poco. Cosa sono cinque anni? Passano in un soffio. I trentacinque sono il "mezzo del cammin di nostra vita", il momento in cui cominci a non dare più peso a quel che credevi importantissimo a vent'anni, e a prendere in considerazione per te una vita diversa. Hai più coraggio, forse sei anche più disillusa, più consapevole del tuo corpo e - soprattutto - del tuo cervello. Il compromesso non ti sembra più un tradimento, ma un rilassato addio alle seghe mentali. La tua serenità non dipende più dall'umore degli altri, e questo ti permette anche di essere una compagna o un'amica migliore: più lucida e quindi più saggia, più disponibile con chi lo merita e molto meno con chi ti ha deluso.

A trentacinque anni, sei donna e ti piaci, qualunque difetto tu pensi di avere. Anche se è vero, ce l'hai.

Questa mattina ho parlato a lungo con Elena: un'amica tostissima che ai quaranta c'è arrivata in grande stile, e non è affatto spaventata dal tempo che passa. Certo, lasciarlo andare non significa lasciarsi andare. E allora, preso atto dei cambiamenti che sono avvenuti nel suo corpo, ha scritto questo bellissimo post e ha dato il via a un'iniziativa che seguirò con molto interesse, ovunque la porti. Il suo motto è "siamo donne normali, parliamo di soluzioni normali!"; pensiamo alla nostra salute fisica e psichica, amiamoci quanto meritiamo, accompagnamoci in questo percorso di rinnovamento. I cambiamenti avvengono fuori e dentro, ed è bello: entriamo in una fase nuova, che ci scopre più forti.

Io dico #be40behappy.

E a Elena dedico un selfie speciale. Io, che a 15, 20, 25, 30 anni non sarei MAI uscita di casa senza trucco e parrucco, oggi pubblico qui uno scatto "nature", senza filtri. Perché hai ragione: bisogna volersi bene, e io sto imparando a farlo.

È una bella sensazione.




13 settembre 2014

Da Monaco a Genova: "Inviata Speziata" All'Oktoberfest 2014

Chi mi conosce bene sa che apprezzo la birra, specie quella buona e di alta qualità. E a Genova c'è una birreria che - a mio parere - le batte tutte.

Sto parlando della Birreria HB di Via Boccardo (della quale ho già avuto modo di accennare in questo post), gestita da Alessio Balbi, che - meravigliosa coincidenza! - è anche organizzatore dell'evento più atteso dagli amanti del prezioso liquido dorato: Oktoberfest Genova (aka #OkGe). Dal 2005 ad oggi la manifestazione è cresciuta e ha creato una grande risonanza anche oltralpe, ottenendo il patrocinio del Consolato Generale della Repubblica Tedesca e il supporto di Stato di Baviera, Comune di Monaco e Camera di Commercio Italiana di Monaco: Insomma: il primo e unico Oktoberfest Ufficiale in Italia ce l'abbiamo noi a Genova, è attualmente in corso e si terrà in Piazza della Vittoria fino al 21 settembre 2014.

Di questa mia passione al malto e luppolo dev'essere arrivata voce anche a loro, perché durante la prima serata di giovedì 11 settembre sono stata insignita di un incarico del quale sono davvero onorata: raccontarvi la mia esperienza, dalle pagine di questo blog di inviata speciale o, come io preferisco definirmi - e lo devo alla mia passione per il Currywurst - "Inviata Speziata" direttamente dai tendoni di #OkGe 2014.


Il mercatino: Hans e il suo Prosciutto del Contadino

Appena giunta sul posto non ho potuto fare a meno di notare che il mercatino bavarese è l'allestimento più interessante della manifestazione, con i suoi chioschi tipici in legno e i prodotti originali da Monaco: si va da wurstel e crauti alla senape dolce o piccante, dai brandy come l'Asbach al liquore alla pera, e non solo.

Prosciutto del contadino, salsiccia e crauti e, naturalmente, BREZEL.


Il protagonista assoluto è però lui: morbido, profumato, dolce e al tempo stesso forte e irresistibile. Sto parlando del Prosciutto del Contadino di Herr Hans: una leccornia tipica che nella foto vedete accompagnata dagli altrettanto tipici salsiccia e crauti che tanto amo, più una succulenta aggiunta di senape. Hans è una persona molto simpatica e l'amore per il suo lavoro si capisce dal modo in cui sistema il prosciutto sotto la speciale lampada rossa: come un'opera d'arte, un pezzo di quel che chiama casa ogni giorno, un racconto scritto da lui. Nella cucina bavarese c'è una storia e ci sono persone appassionate, e Hans è una di queste. Mentre mi avvicina lo splendido piatto mi chiede bonario "hai fame? Una fotografia non sazia, assaggia!"; e come si fa a dire di no, davanti a questo splendore? Sono facilmente corruttibile e decido che Hans è il mio migliore amico stasera: ringrazio, brindo "Ein Prosit!", e mi allontano un po' nostalgica. Una volta che entri dentro a una cultura poi è quasi doloroso uscirne, e debbo dire che ci stavo facendo l'abitudine.

Lo Strudel di Mele di Franziska


La pasticceria di Frau Franziska non è da meno: strudel di mele, torte di noci, torte al cioccolato, tutto fatto da lei, fresco e genuino; facciamo che la dieta la ricomincio domani? Anche perché qualcosa attira la mia attenzione, e sono i due banchi delle cioccolate a fianco. Di speziata, a quanto pare, non ci sono solo io:  le tavolette sono arricchite di sapori, come cannella, canditi e riso soffiato, le praline le trovate alla menta, al latte e panna, al rum e persino al limoncello; tutte buonissime e fatte in casa. Anche la frutta candita ricoperta di cioccolato è una scoperta e mi lascio trascinare dal profumo e dalla sua dolcezza. Morirò cicciotta, ma felice.

Praline per tutti!


E poi, be': ci sono loro, le protagoniste assolute. La birreria HB ha una Oktoberfest (sì, si chiama proprio così!) imbattibile, servita nei boccali da litro e portata direttamente ai tavoli, proprio come avviene in Baviera. Occhio ragazzi: la vera tedesca ha la schiuma, e ne ha tanta, morbida e alta. Diffidate delle birrette annacquate quando ve le presentano come birre tedesche, perché quelle vere o sono così o non sono vere.



Decido di spostarmi verso il palco, e di lì a poco mi illumino d'immenso. È un attimo: ci guardiamo, io alzo un sopracciglio, loro mi fissano, tenendo stretti gli impermeabili. Lì per lì non capisco bene cosa sta per succedere, finché non li vedo entrare in scena: sono i Klob'Nstoana, sette bravissimi musicisti tirolesi ai quali non manca certo il senso dell'umorismo. Speziatissimi, anche loro. :)



Impossibile sfuggire loro quando vogliono coinvolgere il pubblico, e impossibile non restare al tempo stesso affascinati ed esilarati dalle loro performance. Che poi, lo so che siete curiosi di sapere cos'hanno combinato con quegli impermeabili. Come posso deludervi? Lascio la parola alle immagini, che valgono - e questa volta non potete dire che è solo un luogo comune - molto più di mille parole. #PROSIT!






30 agosto 2014

Si torna in sella

Quando mi chiedono "ma quindi lunedì torni al lavoro?" mi si stringe lo stomaco. Ora più che mai, quello che è stato il mio lavoro per sette anni ha cambiato definizione; ora il mio lavoro, quello su cui dovrò contare per mantenermi, è un altro: una cosa che sembrava una parentesi, ma che invece mi è fiorita tra le mani e mi sta dando tantissime soddisfazioni. Dovrò cercare di tenere comunque in piedi entrambe le attività con serietà e impegno; non sono una che molla la presa, anche se ha cambiato la sua scala di priorità. Certo è che avrò bisogno di più collaborazione e di scendere a compromessi, per non rischiare di non avere il tempo di fare tutto come deve essere fatto e come sono abituata a farlo. Sarà un anno strano. Sarà durissimo. Sarà anche un po' malinconico. Ma devo tener duro nell'ottica di creare qualcosa di mio, qualcosa che mi faccia sentire finalmente realizzata. So che le persone con cui ho a che fare sanno bene di che parlo, e sono d'accordo con me.

Lunedì inizierà il primo giorno di un nuovo anno nell'ambito di un lavoro che mi ha vista da tempo sdoppiata, ubiqua, di corsa e molto stanca.

Credo che lo assaporerò, per non dimenticare quello che mi ha insegnato.
Nulla accade per caso; tutto è utile. Me ne sono accorta bene nell'ultimo periodo. Non ho sprecato nessun attimo passato sul lavoro e mi è servito ogni singolo minuto che ho speso faticando.

La fatica scoccia. La fatica stanca. La fatica sfinisce.
La fatica è niente, in confronto alla soddisfazione di riuscire a fare quel che non avresti mai creduto di saper fare.

25 agosto 2014

Birra tedesca, apparizioni, starnuti e piccoli vizi

Genovesi: la riconoscete questa porta?


A Genova è famosa, ma per chi non la conosce la Birreria HB di via Boccardo (proprio all'angolo dopo il baretto Mentelocale di Via XX Settembre) è una tappa irrinunciabile, specie se amate lo stile teutonico. In primo luogo, per le birre: rosse, chiare o doppio malto, ma anche speciali come la Radler al limone, rinfrescante e più leggera. La qualità parla da sé, e le papille ballano felici in un tripudio di bollicine e luppoli sorridenti. In secondo luogo, per l'atmosfera: è davvero tutto d'ispirazione lì, perfettamente inserito in un contesto teutonico, e pare proprio che sia un mondo a sé, una porta dimensionale nascosta. Entri dentro: #Prosit. Metti il naso fuori: Belin. Dentro di nuovo: #Prosit. Fuori: Belin. Potresti andare avanti anche all'infinito, così. Poi però torni in te e, dopo essere definitivamente rientrato, ti concedi una media rossa, un Brezel, e gli amici che non vedi da tanto. Un po' come dire: non ci sono soldi per farsi una vacanza, ma quando vuoi una birra hai Munchen a portata di mano. Mica poco.


Alla fine il naso fuori ho dovuto metterlo per forza, perché era ora di andare a casa, ma non senza avere fatto un brindisi prima di iniziare a preparare la borsa da viaggio. Be', a volte vado in vacanza anch'io.

Anzi, a questo giro proprio ho fatto il botto: sabato ho accettato il pendente invito della mia amica Chicchetta (aka Valentina) e sono andata a trovarla a Buccinasco, vicino a Milano: ho fatto  quindi la borsa e sono partita, in barba alla mia proverbiale sedentarietà, per evitare di non avere più un'occasione buona per godermi la giornata. Abbiamo chiacchierato molto, mangiato sushi e poi sul tardi abbiamo raggiunto in metro il Duomo, dove siamo rimaste talmente impalate a goderci lo spettacolo che il suo mal di gola è peggiorato e il mio invece è proprio iniziato. Ora sono davanti alla tastiera che spunta a malapena da una montagna di fazzoletti. E chi se l'aspettava il freddo d'estate a Milano? Di solito è una fornace! Mi sono fidata della tradizione climatica e ho fatto male. Però ne ho approfittato per portare il regalo di compleanno alla mia adorata non groupie Elena Giorgi, (I'm not a Groupie), che purtroppo sono riuscita a sbaciucchiare solo in toccata e fuga, e per farmi una piccola concessione.

"Le Sultane" di Marilù Oliva l'ho preso per lei e per me, perché la sinossi mi ha fatta molto sorridere: è la storia di tre donne attempate (praticamente noi quando saremo vecchie) che un bel giorno si stancano della routine e diventano assassine: occhio a non dare loro le spalle: "l'età migliora il talento per l'omicidio". Come resistere! Unico rammarico è di averlo acquistato in una catena di librerie e non nella magnifica scatola lilla di Cristina di Canio, che di persona è ancora più carina di come sembra in foto. Prometto: la prossima volta mi fermerò di più e ci passerò per fare incetta di libri e per lasciare anch'io un #librosospeso a chi ha fame di cultura. Il rossetto, invece, lo volevo prendere da tempo: si tratta del famoso Russian Red di MAC, un rosso retrò a base blu, scuro ed elegante, che mancava alla mia collezione monotinta. Ne ho di tutti i tipi, ma questo è davvero portabile, discreto e affascinante. Soldini ben spesi! D'altra parte in vacanza non ci vado mai, per una volta posso smettere di fare la genovese e godermi il piacere di fare e farmi dei regali. Non capita spesso, ma ci sto lavorando: quando sarò ricca sfondata diventerò Babbo Natale, per cui preparatevi care amiche di sempre, ci sarà molto da scartare! :)

Così, a una sola settimana dal rientro, mi sono portata a casa bei ricordi, un buon libro, un balsamo di bellezza e il Duomo: non male come scorta di pensieri positivi che possano difendermi dal malumore di un nuovo duro anno di doppio lavoro. Certo, magari l'influenza potevo fare a meno di beccarmela. Ma si sa, "nessuno è perfetto", e visto che "a qualcuno piace caldo", vado a farmi una tazza di latte e miele.

Ci rivediamo dai rispettivi uffici! Mi raccomando, fate scorta anche voi di pensieri positivi.

21 agosto 2014

Di che colore hai il pollice?

Quando i miei partono e mi affidano la cura delle piante di casa, mi scorrono brividi di terrore dietro la schiena. Se lassù, un giorno, hanno distribuito i colori dei pollici, a me devono averli dati giallo acido. Ogni volta che mi sono occupata di una pianta che non fosse di plastica, sono stati drammi vegetali.
Secondo me lo fanno apposta. Non è possibile che sia sempre andata a finire male. Se sapessi scrivere una sceneggiatura, farei un remake di "E venne il giorno" al contrario, dove sono le piante a suicidarsi perché io emetto strane spore. Shamalayaaaan! (cit.)

Quest'anno, però, mi sono organizzata. Ho impostato la sveglia ogni volta che dovevo dare loro da bere; le ho spostate a seconda della luce; infine, ho iniziato a parlare con loro.

I dirimpettai pensano sia impazzita. Arrivo, mi appropinquo accanto alle piantine, comincio a conversare del più e del meno. Le accarezzo, faccio loro i complimenti per come sono diventate grandi e belle e le saluto prima di andare via. E funziona. Sono ancora vive dopo due settimane di cure alternative. Di solito a questo punto cominciano già a seccare o a marcire - quando proprio va male.
Ho dato loro anche dei nomi, così si sentono più importanti:


Kenzy è la più grandicella: è una Kenzia, non ha bisogno di bere tutti i giorni, però quando lo fa ci dà dentro. Un po' come me. Ci capiamo, noi due.


Rossella è una forte: non si piega e ha l'aria di quella che aspetta di essere servita e riverita. No, dico, con un carattere così, come faccio a non accontentarla?


Bianca è la più piccina e delicatina. Con lei ammetto di aver dovuto fare doppia fatica. Aveva una fogliolina penzolante quando l'ho presa sotto l'ala, e c'è voluto un po' più di #amore per far sì che si riprendesse. Ora sfoggia due fiorellini di tutto rispetto. Sono soddisfatta!

Questo imprevisto successo, che io attribuisco alla comunicazione, è davvero una sorpresa. Che mi stia cambiando il colore del pollice? L'alternativa è che si tratti solo di una gran botta di culo.
Preferisco credere che se ne possa discutere. Anzi, domani lo chiedo a loro.


20 agosto 2014

Restyling di vita, restyling di grafica

Che cosa conta davvero? Molto poco: si può fare a meno di tante cose e tenere solo l'indispensabile con sé.
Il foglio bianco, pulito, che deve ancora scriversi. Il divenire, che si costruisce poco per volta. La costruzione, che è un lento, lentissimo processo che ogni giorno cresce e ci fa crescere.
Un fiore rosso, che sboccia e poi si trasforma in un'opera d'arte.
Si chiama vivere.


12 agosto 2014

Capitano, mio Capitano!

Ma come, finisce così?

Da piccola ero follemente innamorata di Mork. Dopo, è entrato in azione l'imprinting: da quando ti ho visto con quella buffa tuta e il dito nel bicchiere, le cotte più mostruose e improvvise le ho prese per uomini che mi facevano ridere tanto.

Poi sono stata adolescente e mi sono innamorata di nuovo, del professor Keating: ero in fermento poetico, in cerca di emozione, di brividi sulla pelle, e la letteratura e la poesia e la musica erano le sole mie compagne di viaggio. Sono salita sui banchi anch'io, convinta, sono entrata nel bosco insieme alla Setta dei Poeti Estinti e intanto pensavo al miracolo di saper regalare con il proprio talento sorrisi e lacrime con la stessa bravura, la stessa profondità, la stessa intensità. Mi sembrava magia.

Dissi a me stessa che nessuno ti avrebbe mai superato, e non ho mai cambiato idea; eri sempre tu il più bravo e sempre tu a toccare per primo e meglio di tutti quelle corde nascoste che non suonano mai.

Deve finire proprio così? Una vita a regalare sorrisi, forse sei rimasto senza? Forse te li abbiamo rubati tutti, Mr. Williams.

Per me, sarai sempre il migliore di tutti.
Mi mancherai tanto, Capitano, mio adorabile Capitano. Nano nano.



11 agosto 2014

L'arancio va con tutto (possibile SPOILER!)



Qual è il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?
Chi decide che tipo di persone siamo?

Orange Is The New Black (OITNB) è una di quelle serie tv che danno assuefazione. Non è possibile smettere di seguire, puntata dopo puntata, la storia delle detenute di Litchfield: the more you know, the more you want to know. 

L'errore che porta la protagonista, Piper Chapman (alter ego televisivo di Piper Kerman, autrice del libro omonimo dal quale è stato tratto il telefilm), in gattabuia è solo un pretesto. La vera trama si sviluppa sulle vicende di tutte le detenute del carcere, intrecciando la quotidianità dietro le sbarre a momenti di flashback che chiariscono passo dopo passo il ruolo, il carattere e il destino di tutte quelle donne.

E allora, si scopre che una donna fredda e autoritaria un tempo è stata ferita e umiliata per via della sua condizione sociale; oppure che un'assassina, sulla quale corrono voci terribili, si è soltanto presa troppo a cuore le sorti di una ragazza abusata; oppure ancora, che una spacciatrice si è trovata nel narcotraffico perché non aveva una famiglia e l'ha trovata in una donna che gestiva quel genere di affari.

E davanti a questo, davanti alla vera domanda "dov'è il confine tra il bene e il male?", ciò che sembra davvero fuori luogo è la superficialità della protagonista e della sua personale vicenda. In Piper non vivono drammi umani, solo curiosità e una gran voglia di andare controcorrente - è umano, ma anche adolescenziale comportarsi come se non si fosse mai responsabili di nulla e di nessuno - che la porta a legarsi ad Alex Vause, impiegata in un giro di spaccio per un cartello di narcotrafficanti; amante e compagna che si fa pochissimi problemi a rendere Chapman complice dei suoi loschi affari e ne riceve in cambio, come per intervento del karma, distacco emotivo. Piper dice di Alex che è "l'amore della sua vita", ma l'abbandona senza voltarsi indietro nel momento più doloroso per lei. Di facciata, il motivo è che non vuole rendersi più sua complice; in profondità, giace una noia incessante e un'aridità di sentimenti che di certo ha molto poco a che fare con l'amore.

Al contrario delle altre detenute di Litchfield, che si sono macchiate di crimini ben peggiori, ma che conservano tutto sommato un cuore pulito, Piper Chapman è nera fino alle ossa: bugiarda, superficiale, distaccata abbastanza da oscillare, senza davvero prendere una posizione con il cuore, tra il sesso confortante a portata di mano con Alex e la proposta matrimoniale del suo alter ego e fidanzato Larry, che si differenzia da lei solo perché non è in prigione, ma che mostra lo stesso andamento "a pelo d'acqua" nel mare della vita. Bella coppia, eh?

I luoghi comuni sono tali perché si ripetono: la lezione, a Litchfield, è che non si deve mai giudicare un libro dalla copertina. Specie se è troppo pulita, ordinata e patinata.


26 luglio 2014

Tagli di capelli e blog consigliato


Quando una donna dà un taglio drastico alla chioma, state pur certi che è perché ha preso delle decisioni che cambieranno la sua vita, almeno per come si è svolta fino a oggi.

E così, ho tagliato anch'io; non solo una capigliatura che non accorciavo dagli anni del liceo, ma anche un'esistenza lontana da ciò che amo fare di più. Ho lanciato una bomba all'inizio di luglio; scoppiata senza molto rumore, ma con un sacco di implicazioni, soprattutto economiche. Non ho scelto, tra le percorribili, la strada più facile. Ho preferito quella che mi avrebbe dato più soddisfazione.

A volte prendo atto che molti, pur di mantenere una certa sicurezza, sono disposti ad annullarsi completamente in cose che odiano fare. Per carità, non giudico: in qualche modo io ho facoltà di scegliere in questo momento della mia vita; non a tutti è possibile. Inoltre, debbo dire, non ho mai veramente "odiato" fare quello che sto facendo da ormai 7 anni. Quindi, per me, è stato più facile - se così si può dire - pormi delle domande e agire di conseguenza. Tant'è, però, molto spesso anche chi può scegliere di rivoluzionarsi completamente decide di sedersi e guardarsi vivere. Non voglio farlo. Ciascuno di noi deve rischiare, quando può, per non tradirsi.

Andrà bene? Andrà male? Dipende da me. Sono motivata a fare di tutto perché i miei progetti funzionino. E quindi, per concludere, zac! Taglio i capelli, anche al mio avatar. :)

Saltando di palo in frasca, oggi vorrei consigliarvi una new entry nel mio blogroll: si tratta di bohemianwanderer.com, il nuovissimo blog di una mia cara amica geek, Emanuela "Mae" Agrini, che stimo come persona, come artista e come Social Media Manager. Insomma, non potevo non suggerirla! Inoltre, i contenuti di Bohemian Wanderer, per stessa ammissione dell'autrice, spaziano tra "vagabondaggi tra Italia e Irlanda del Nord, arte e handmade, con una spruzzata di social media": il suo mondo a 360°. Mae è anche produttrice di gioielli in cartapesta, Cartessenza, che adoro e che vi dicono moltissimo sulla sua personalità. Conosco questa ragazza da tempo, e l'ho vista cambiare, trasformarsi, evolversi, acquisire sempre di più definizione. Oggi posso dire che è una persona completa. Professionale, aperta, ispirata.
Poi, cosa non da poco, è fidanzata con un IRLANDESE: adoro quel popolo! Li trovo meravigliosi e socievoli come pochissimi nordeuropei sono in grado di mostrarsi; per tacer della bellezza della loro terra, che resta una meta che voglio visitare in lungo e in largo, prima o poi. Insomma, call to action: cliccate sul suo blog e non ne rimarrete delusi.

Quanto a me, finalmente ho un po' di respiro e potrò tornare più spesso su queste pagine, non solo per raccontarvi il cinema trash. Paura, eh?

Alla prossima e buona estate a tutti voi!

6 luglio 2014

Dèmoni: quando il cinema horror non era digitale

Attenzione: chi è facilmente impressionabile non prosegua oltre, perché il film che andrò a trattare è quanto di più disturbante, terrorizzante e splatter il cinema anni '80 abbia mai partorito.

La locandina originale: il film uscì in lingua inglese per il mercato estero.


LA GENESI:
Dèmoni (1985), regia magistrale di Lamberto Bava e prodotto da Dario Argento, ha un parto molto difficile già a partire dal soggetto, inizialmente di Dardano Sacchetti (che ahinoi, è anche l'autore del soggetto di "Tulpa" di Federico Zampaglione, sul quale preferisco glissare: che delusione, dopo aver visto un ottimo "Shadow"!), che all'epoca firmò diversi soggetti horror veramente notevoli, come "Il gatto a 9 code", "Reazione a catena", "L'aldilà" di Lucio Fulci, per citarne solo alcuni. Una fantasia, la sua, prolifica, visionaria e profondamente in linea con gli intenti dei Maestri del cinema Horror degli anni 70-80; ad oggi rimpiango un po' tutta quella passione e dedizione sia dei tecnici del genere sia del pubblico, che sapeva apprezzare e distinguere molto meglio ciò che era meramente spazzatura e ciò che invece meritava il grande schermo.

Finì però in un gran polpettone, quel soggetto: Bava che da un lato aveva in mano una storia geniale (Dèmoni è tutta farina del suo... Sacchetti!) e dall'altro la possibilità di lasciare la produzione a Dario Argento e girarlo con un ben più ricco budget, e Argento stesso che, non sappiamo perché, è poco convinto e finisce per licenziare il Sacchetti, per poi firmare la sceneggiatura con quattro nomi: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, e, infine, buttato lì, povero, Dardano Sacchetti. Roba che le liti tra Brooke Logan e Taylor Hayez ci sembrerebbero allegre dimostrazioni d'amore saffico.


Geretta Geretta e la maschera d'argento (no, non Dario)

LA TRAMA:
Una ragazza, Cheryl, interpretata dalla Natasha Hovey di Verdone in "Borotalco", riceve da un losco e troppo silenzioso Michele Soavi (grandissima comparsata) due biglietti per l'inaugurazione del cinema Metropol, dove è in programma la proiezione di un misterioso horror. All'entrata, ad accogliere gli spettatori, una Nicoletta Elmi (Benedetta Valentini de "I ragazzi della IIIa C") con lo sguardo che non la racconta giusta; al centro dell'atrio, una Cagiva (sponsor!) alla quale è appesa una maschera d'argento. Una prostituta, Rosemary (Geretta Geretta), accompagnata dal suo magnaccia (Bobby Rhodes, che ritroveremo nel secondo capitolo del film) e da una "collega", provandosi la maschera si ferisce. Durante la proiezione, il protagonista indossa la stessa maschera, si ferisce a sua volta e si trasforma in un feroce demone. E Rosemary? Scappa in preda al panico verso il bagno, e dà il via a una vera e propria epidemia dalla quale non c'è scampo: il cinema è completamente sigillato, e la Hovey, al fianco del bell' Urbano Barberini, dovrà sudare fino alla fine la propria salvezza (con botta finale, io ve l'ho detto).

I TECNICI:
Sergio Stivaletti con il "suo" Menelik
Due nomi, un grandioso lavoro: Sergio Stivaletti per gli effetti speciali, Rosario Prestopino al trucco di scena. A questi due grandi professionisti va il merito di avermi spaventata fino all'ossessione, all'epoca. Un realismo nelle trasformazioni, realizzate con elementi meccanici (altro che Avatar!) con zanne che rimpiazzano i denti, artigli che scalzano le unghie, bava verde che non si sa cosa sia e una dovizia di particolari terrificanti che portarono il film, tutto sommato di umile nascita, a essere un vero capolavoro che è riuscito a influenzare il cinema di oggi.


Nancy Brilli visibilmente scossa dalla sceneggiatura

L'anno seguente, nel 1986, esce il sequel, "Dèmoni 2", con stessa trama ma diversa ambientazione: questa volta i dèmoni escono dai monitor tv e infettano un intero condominio supertecnologico, che diventa una tomba per i malcapitati inquilini. Tra gli attori, Coralina Cataldi Tassoni, Michele Mirabella (già comparso nei film di Fulci), Nancy Brilli e Davide Marotti, "Ciribiribì Kodak", per capirci.  Altro giro, altro regalo: stavolta il sangue dei dèmoni è corrosivo e, bucando non solo lo schermo ma anche i pavimenti, riesce a propagare il morbo di piano in piano senza grossa fatica. Sarà compito del bel David Knight riuscire a portare in salvo la povera Nancy Brilli, incinta del suo bambino.

Su questo sequel non mi dilungherò, ma voglio citare il mio amico e regista horror Davide Scovazzo, che a mio parere ha centrato il nucleo della questione: "Demoni 2 ci ha insegnato che Derek Zoolander aveva ragione: i modelli sono delle macchine da guerra!" 

IL SALTO DI QUALITA':
no ma... al limite del plagio!
Dèmoni è un film di svolta per il cinema horror, che allora aveva contato soprattutto sugli zombie per raccontarsi. Qui abbiamo diversi elementi che cambieranno per sempre il "mostro" cinematografico. Anzitutto, la dinamicità dei movimenti: questi esseri scattano verso le prede con una velocità che farebbe invidia a Ultraman, affossando una volta per tutte la lenta camminata da morto vivente (e risolvendo così il sommo problema di trovare una giustificazione al fatto che riescano sempre a raggiungere le proprie vittime, nonostante le stesse abbiano il tempo di andarsene pure dal parrucchiere); poi, la malvagità come un morbo che si propaga attraverso il sangue: sarà una coincidenza, ma proprio in quel periodo aleggiava sulla società un nuovo spauracchio, quello dell'AIDS. Il fatto che sia proprio una prostituta a iniziare il contagio forse non è così del tutto casuale. Inoltre, l'aspetto degli stessi mostri: non più simile a qualcosa di morto, ma creature nuove, vive e maledette, la cui trasformazione non viene negata all'occhio dello spettatore, ma mostrata con una lentezza da camera di tortura. Stivaletti ha dato il meglio di sé nella creazione degli effetti meccanici, e senza l'aiuto di software: tutto si tocca con mano. Il cinema di oggi ha fatto tesoro di questi insegnamenti, basti pensare a "28 giorni dopo" o a "REC": ambientazione claustrofobica, sguardi e movimenti veloci ricordano i dèmoni di Bava, in tutto e per tutto, idea del contagio compresa. Un po' meno mostri, più posseduti, ma non neghiamolo: ha fatto scuola.


Ora, guardiamoci in faccia: io di horror ne ho visti tanti, belli e brutti, ma nulla mi ha mai spaventata come Dèmoni; io ero una bambina che a sei anni ha rotto i maròni ai genitori per guardare Profondo Rosso e le è pure piaciuto, i film di zombie mi facevano ridere tanto e con i vampiri andavamo a fare merenda insieme. Non c'è una sola spiegazione per il puro terrore che mi prese alla visione di queste creature. Raccapriccianti quanto vuoi e in un modo disturbante, va bene: né i primi, né gli ultimi. Forse il tema del contagio è stata la miccia che mi lasciò in balìa della sospensione di incredulità; oppure il sapiente trucco di Prestopino, o le zanne meccaniche di Stivaletti. Chi lo sa. Sta di fatto che ancora oggi devo sforzarmi e guardarlo a pezzettini, per ricordare a me stessa che è solo un film, che se vado al cinema poi posso uscire, che posso anche lasciarla accesa, la tv, e che quella macchia che vedo sul soffitto è solo simpatica umidità. C'è qualcosa di ancestrale che emerge, però, qualcosa di non detto: forse è la cattiveria atavica dell'uomo che fa paura, la sua imprevedibilità, la possibilità che abbia il sopravvento sulla ragione. Chi lo sa.

Nel dubbio, continuiamo anche oggi, che è il 2014, a parlarne: se non è sinonimo di successo questo... Buona visione! Se bussate alla mia porta non vi apro. Non si sa mai.

3 luglio 2014

Che ci importa del mondo



Scrivo a caldo, con ancora la pelle d'oca, perché non mi capita spesso di leggere ed entrare così a fondo nei pensieri e nei sentimenti di un personaggio e non voglio perdere l'occasione di cavalcare questa tiepida onda che mi ha fatto stare bene per tre giorni, giusto il tempo di finire le 500 pagine che aveva da raccontare.

Di Selvaggia Lucarelli s'è detto tanto, s'è detto soprattutto male. Perché è intelligente, ironica al punto giusto, intellettualmente onesta e bella. Una cosa inaccettabile, per una Italietta perbenista e maschilista come è il nostro Paese.

A me di solito non interessa sapere chi ha scritto un libro, se la storia mi travolge e mi piace: potrebbe essere il frutto dei ricordi di Jack lo Squartatore, ma se mi prende davvero sono disposta a dargli l'assoluzione completa purché non smetta di scrivere. In questo caso, però, Selvaggia donna trasuda da ogni pagina che racconta Viola: impossibile immaginarla con altre fattezze, come è impossibile non amarla dalla prima riga. 

Se anche la storia è totalmente di fantasia, non lo sono i caratteri, disegnati a tutto tondo, che sgomitano per acquisire vita propria. Come non riconoscere in Orlando un po' del piccolo Leòn, che vuole i capelli lunghi come Thor, ama tanto Godzilla e - Selvaggia stessa lo afferma in alcune inteviste - è un po' quacchero: un bimbo che non ha problemi a darsi regole da solo, tanto che la fatica della madre sta più nel cercare di abolire quelle di troppo, che dettarne di nuove.

Di Selvaggia Lucarelli, emerge attraverso le pagine la "poetica esistenziale": ciò che pensa dell'educazione del figlio, della tv, del suo talento e del suo, a volte ingombrante, essere una bella donna in una società in cui "bella che parla in tv = zoccola" nella maggior parte dei casi.

Mi colpisce che abbia scelto le sue tre più care amiche, l'ormai eroico "Gruppo Testuggine", per dare voce alle amiche di Viola, perché è una cosa che farei anch'io; mi piacerebbe regalare a Grazia, Arianna e Annalisa (il mio "Gruppo Testuggine") una vita nuova e inventata, fatta però della loro più profonda essenza, compresi difetti e pregi, aspirazioni e rassegnazioni, che fanno però di loro quello che per me è solo un altro modo per dire "famiglia".

C'è qualcosa nelle parole di Selvaggia, che mi ricorda il mio mondo privato. Non sono una scrittrice, né una persona famosa; il mio lavoro lo amo, ma non potrei gioirne davvero senza avere accanto le persone a cui voglio più bene, anche solo per sfogarmi quando qualcosa non va, anche solo per ridere insieme di quel che ci accade e delle coincidenze; tante volte sono passata accanto a pasticcerie "DiViole", e anche io ci ho visto un qualche recondito messaggio dell'Universo, e sorrido del fatto che tra le pagine di "Che c'importa del mondo" riconosco anche un po' di me in quanto donna, in quanto amica, in quanto disastro sentimentale e, se non madre, in quanto zia di un bellissimo nuovo nipotino che - per coincidenza - so già che amerà Godzilla perché la mamma è una che lo ha amato di brutto prima di lui.

Selvaggia Lucarelli mi è sempre piaciuta, e mi piace sempre di più. Non il personaggio: la donna.

Comprate il libro, leggetelo e godetevelo. Io l'ho fatto dalla prima all'ultima pagina.

p.s. La D'Urso, che faccetta delle sue avrà fatto quando s'è trovata davanti al personaggio di Giusy Speranza? Sono validi meme come risposta, o in alternativa anche dei "bruuuutta brutta brutta brutta!".

25 maggio 2014

"Blue Jasmine", un fiore avvelenato


Non giudicare un libro dalla copertina. 
Non fidarti del lupo travestito da agnello.
Non è detto che la mela più bella sia anche la più buona.

La saggezza popolare ha sfornato una miriade di avvertimenti per tramandare un concetto fondamentale, e cioè che non sempre la realtà è ciò che sembra. Questo il solo - ma più che sufficiente - soggetto attorno al quale si svolge la trama di "Blue Jasmine", ultimo capolavoro di Woody Allen, che questa volta ha voluto al suo fianco un'azzeccatissima Cate Blanchett, a mio parere l'unica attrice che potrebbe fare le scarpe alla quasi irraggiungibile Nicole Kidman per bravura e intensità. 

Un ruolo perfetto quello di Jasmine: perfetta illusa, perfetta snob, perfetta bugiarda. Quando arrivi a mentire anche a te stesso, ecco, ci sei: se allunghi la mano puoi toccare il fondo. Com'è? Potessi anche assaggiarlo, saprebbe di vodka e limone, xanax, lacrime e qualcosa di indefinibile, un retrogusto che forse è solo immaginato, forse è reale, di solitudine. Jasmine è una donna che - pur essendo stata molto ricca, perde tutto in un attimo: marito, figliastro, "case, pellicce, anelli", come lei stessa afferma in una battuta, e dulcis in fundo, il senno: decide perciò di andare a vivere per un po' dalla sorella povera Ginger, che al contrario di lei non avrà una casa enorme né un marito ricco sfondato, ma è felice, almeno così sembra. Con l'arrivo di Jasmine, la sua vita si trasformerà per un po' in un casino, ma vi tranquillizzo senza fare spoiler: è un attimo, perché povero non significa necessariamente stupido, o cieco

La storia di Jasmine è un po' un pretesto per dire tante cose senza urlarle, cosa che Allen ha sempre fatto con grande maestria: giocare con i personaggi, metterli a paragone, spogliarli piano piano con la tecnica del flashback; e la Blanchett a rendere il tutto una sinfonia perfetta, con le giuste pause, gli acuti e i bassi dove devono stare. Grandissima prova di una professionista che ha già consolidato il suo talento in numerose pellicole per il grande schermo e che si è meritata l'Oscar come migliore attrice protagonista. Non conosco nessun'altra in grado di convincermi così bene di essere la Regina d'Inghilterra e al contempo un'illusa schizoide. A parte la Kidman, s'era detto.

Guardatelo e gustatelo come un cocktail. Se vi piace che resti in bocca anche un po' d'amaro, dopo.

18 maggio 2014

"Lei" ha a che fare con "Noi"

Difficile stendere una recensione canonica, per un film come quello che ha realizzato Spike Jonze con "Her". Perché sembra andare di superficie, ma in realtà si fa strada dentro, in quel posticino dove abbiamo racchiuso ciò che ci rende quello che siamo, i sentimenti che abbiamo vissuto, le insicurezze, le paure, i dubbi. Noi. 

Siamo in un futuro non troppo lontano. Theodore sta divorziando da Katherine, l'amore della sua vita, fino a quel momento; trascinandosi tra il lavoro e una vita sbiadita, un giorno acquista un nuovo tipo di Sistema Operativo (OS, appunto), e sceglie che sia una voce di donna a fargli compagnia mentre organizza il suo lavoro. "Lei", è da subito diversa da qualsiasi altro sistema operativo: si sceglie il nome da sola, Samantha, perché le piace come suona, ride alle battute, è simpatica. Piano piano Theodore scopre che è possibile lasciarsi alle spalle sofferenza e incertezze, lasciandosi andare a qualcosa di nuovo e sconosciuto, ma bello e oltre qualsiasi fisicità. Si abbandona a un viaggio nella propria umanità e la riscopre, grazie a Samantha. E s'innamora di "Lei".

Ma Samantha è molto più che umana; il luogo in cui cresce è al di là della nostra realtà e va più veloce. E i silenzi, i sospiri, non riescono a colmare distanze così immense. Il limite di Theodore è una roccia pesante che lo trascina sul fondo, impedendogli di liberarsi davvero e completamente.

La nostra umanità non è in grado di andare oltre, ma solo di andare avanti. Possiamo iniziare un altro capitolo, ma non sarà mai slegato da quello precedente. E la poesia con cui questo sale a coscienza, sullo schermo, nel cuore, nei ricordi: questo fa di "Her" molto più di un semplice film, più di uno scenario. E al contempo è solo uno dei tanti modi per raccontare quanto sia difficile non soltanto amare, ma accettarlo e accettare che l'amore che riceviamo sia diverso da quello che vorremmo e, infine, lasciarlo andare.

E tuttavia non termina tutto qui. 
Perché "la vita è una", e alla fine vogliamo tutti la stessa cosa: "gioia".

E allora la troviamo in qualcosa che ci dia conforto. Non è la felicità, o forse sì, magari è proprio quello. Chi lo sa. Ma, intanto, la nostra vita procede, un capitolo per volta. E si lascia indietro personaggi che ci restano comunque attaccati fino alla fine del libro. 

Per sempre.

2 maggio 2014

Non ci capisco un Tube

Un anno fa, se mi avessero chiesto di fare un video e di mettere la mia faccia alla mercé della rete, esposta e vulnerabile al giudizio e pregiudizio di chiunque, avrei detto che no, grazie, non era il caso, e che la "penna", sia essa vera o virtuale, mi avrebbe rappresentata a sufficienza fino alla fine dei tempi.

Sono molto cambiata.
Fisicamente, perché ho preso due taglie: in tutto sono 15 Kg in più. Sono bassina e piccola di ossatura: si vedono tutti. 

Il cambiamento più forte, però, è avvenuto nella mia testa. Perché oggi posso dire di non essere più la persona che ero anche solo dodici mesi fa. Ho cambiato il mio punto di vista. Ma non sulla vita, né sugli altri: su me stessa.

Un anno fa, ho iniziato un percorso introspettivo: anziché chiedermi perché mi andava tutto male, ho cercato di fare in modo che qualcosa andasse meglio; anziché disperarmi per un amore non ricambiato e folle, ho cominciato a vivere senza, ripetendomi che non mi avrebbe mai resa felice. Mi sono detta la verità, e mi è costato impegno, esercizio, e sacrificio.

Non è ancora finita, perché lo sarà davvero quando troverò la forza anche di rispettare il mio corpo così com'è, perché ancora sono in imbarazzo in mezzo alla gente, e questo non va bene, mi impedisce di godere del piacere di conoscere gente nuova (già, perché gli amici, loro mi vogliono bene come sono, e lo so). 

Però il fatto che mi sia piazzata dinanzi alla webcam, e abbia iniziato a parlare anziché a scrivere, a non vergognarmi più di non essere perfetta, a tenere gli occhiali (persino sulla caricatura della header) e a mostrare il mio volto, e i kg di troppo senza imbarazzo, è un grande passo avanti. Perché io sono quella che leggete, e resto tale anche se non rispecchio i canoni di bellezza che la società impone. Non so se a ragione o meno: ma io sono diversa. Fuori, ma soprattutto dentro. E questo, a mio parere, dovrà fare la differenza, perché è ciò che fa di me la persona che sono.

Insomma, tutto ciò per dire: cliccate e iscrivetevi al mio canale!



23 aprile 2014

La vita (noiosina) di Adèle


Alla fine mi sono fatta forza e l'ho visto.
Ho passato tre ore della mia vita a guardare "La vie d'Adèle", per capire i motivi che hanno spinto la giuria del Festival di Cannes a consegnare a Kechiche la Palma d'Oro.

Sinceramente? Molto ben scritta la sceneggiatura, bellissima Adèle Exarchopoulos, espressiva, perfetta per quel ruolo. Scialbetta e noiosa, Lèa Seydoux. La storia: come tante.

Le scene di sesso esplicito sono state criticatissime; la ragione, secondo me, non sta nel fatto che si trattasse di scene di sesso tra donne, anche perché haivoja nei film dal 90 ad oggi ad aver visto tanto quanto, se non di più; basti pensare ad Antichrista di Von Trier, con quel simpatico primo piano da pornazzo all'inizio. E poi, sempre di Von Trier, c'è Nymphomaniac adesso che catalizzerà l'attenzione. Il punto non è la scena di sesso in sé, è la sua gratuità nell'inserimento nella storia.

La narrazione giustifica il mettere in mostra il corpo, in un film d'autore. All'inizio viene mostrato come Adèle non riesca a essere coinvolta in un rapporto con un ragazzo, l'imbarazzo, l'impaccio della propria sessualità, l'insoddisfazione. Poi, con Emma, cambia prospettiva: Adèle quasi conduce il gioco pur essendo la sua prima esperienza con una ragazza, e tutto acquisisce un senso potentissimo, chiarisce quanto non mentire a sé stessi sia fondamentale per esprimere anche la propria sessualità.

Il problema è che dopo, nelle scene di sesso successive, c'è molta gratuità. Come trasformare in un sasso un film di tre ore che, senza quel lunghissimo soffermarsi su atti espliciti, avrebbe potuto anche essere meno pesante. Tutto qui.

In definitiva, bella la fotografia, bello il modo in cui si è deciso di raccontare questa storia. Bello come si affronta la paura di essere soli, bello anche come si descrive il tradimento. In fondo, forse, questa palma d'oro non è del tutto immeritata.

Però, alla fine, al cinema s'è visto di meglio.

19 aprile 2014

Siamo sicuri che Geek si nasca?


Quando avevo 10 anni, mio padre decise che era venuto il momento di comprare il mio primo computer. Ovviamente lo decise a naso, non per competenza: gli sembravo abbastanza "sveglia" da poterci capire qualcosa; inoltre, c'era quella storia che a cinque anni avevo preteso la prima macchina da scrivere e per questo ero molto veloce nella digitazione. Insomma, forse sperava di avere una figlia meno rimbambita di quello che era, perciò cercò conferme affiancandomi come maestro un giovane ragazzo, Giorgio, che - non so se ve lo ricordate - era UGUALE al giovane nerd occhialuto della serie anni '80 "I ragazzi del Computer".

Giorgio, pettinatura alla San Francesco e suddetti occhialoni a parte, era simpaticissimo e molto intelligente; mi insegnò anche un po' a programmare in Basic, ma ormai non ricordo più niente e comunque non servirebbe più. Però le lezioni che veniva a darmi a casa mi servirono a capire una cosa fondamentale: comando io, non la macchina. Io decido cosa e se può fare qualcosa, non lei.

Negli anni ho costruito un solido amore per la tecnologia, anche se ho sempre avuto la testa dura e il portafogli vuoto e per questo non sono mai passata al Mac.
L'Hard disk ho imparato a formattarlo da sola (e quando avevo Millennium Edition questo succedeva ogni due-tre giorni, e non scherzo), senza chiedere aiuto, da quando telefonai al mio amico Paolone per avere una mano e andò così:

Io: Paolo, mi dici come si fa a formattare l'hard disk che ci penso da sola?
Paolone: certo Rumenta (mi vuole bene), allora, fai esattamente quello che ti dico.
Io: Ok, vai.
Paolone: allora, svita il case, individua l'hard disk e svitalo...
Io: ... scherzi, vero?
Paolone: poi me lo porti e faccio io.
Io: ma scusa... uno shortcut?
Paolo: ma figurati se sto a farti lo spiegone! Stacca l'hard disk e portamelo, rompiballe!

Che poi, "chi fa da sé fa per tre" è un luogo comune mica per niente.
Paolone a parte, che era in altre faccende giustamente affaccendato, nemmeno dell'assistenza tecnica ti puoi fidare. Prendiamo Aruba.it, ad esempio.

Ho acquistato il dominio di questo blog presso di loro, sbagliando, con servizio redirect.
Mi sono accorta subito che non era come me lo sarei aspettato: l'url poteva rimanere statico a ogni pagina o, nei link ai singoli articoli, rimanere quello di blogspot. E a me non piaceva né la prima soluzione (addio indicizzazione), né la seconda (addio dominio personalizzato). Così ho chiamato l'assistenza tecnica e mi ha risposto una certa Cristina:

Io: salve, ho acquistato un dominio con redirect presso di voi, ma vorrei cambiare servizio: quale devo scegliere per far sì che il dominio possa comparire in ogni post del mio blog, ospitato su blogspot?
Cristina: non esiste nessun servizio che lo permetta.
Io: ma veramente ho un'amica che ha un blog su blogspot, e...
Cristina: non esiste, non so cosa abbia fatto la sua amica.
Io: è sicura?
Cristina: sì, non si può attivare un servizio simile, da nessuna parte.

Ma possibile però, mi sono chiesta, che si debba utilizzare per forza un partner google? Vabbè, proviamo: acquisto inchiostronero.org tramite Gugolone e nelle istruzioni per il collegamento degli url mi viene richiesto di gestire i dns con quelli di Blogger.

Un attimo: gestire i dns??? Ma non era un servizio che avevo visto su Aruba?
Lo avevo visto, e Cristina, si faccia un ripassino, mi scusi.
Sono passata al nuovo servizio e ho cambiato i dns aprendo un ticket (ci acchiappano di più lì), non ho pagato nulla di più e dopo un po' i dns si sono propagati e hanno iniziato a funzionare.
Chiamala fortuna, chiamalo intuito. Sta di fatto che se avessi aspettato loro, avrei pure continuato ad avere due domini, uno di google con i dns settati, e uno col redirect per avere l'URL che volevo.

La morale della storia è: geek si nascerà anche, ma secondo me o lo si diventa pure un bel po' per sopravvivenza: diversamente, siamo destinati a soccombere all'incompetenza universale.

A te è capitato? Che cosa hai fatto, li hai presi tutti a manate o sei riuscito a sbrigartela da solo come me?

18 aprile 2014

Sexy Vintage

Ai miei tempi (oddio, comincio ad assomigliare a mia nonna), i Sex Symbol erano altro paio di maniche, rispetto a quelli che oggi farciscono le trasmissioni televisive. Robert Pattinson è smunto e sminchio e brilla al buio che nemmeno si fosse spalmato addosso tutto il contenuto dell'illuminante Yves Saint Laurent, Elijah Wood è un po' troppo peloso e sembra davvero uno hobbit, Di Caprio è diventato cicciotto tanto da sembrare un piccolo Buddha (e poi ci sarebbe quella cosuccia dell'Oscar mancato) e ormai ce lo siamo dimenticato in fondo al relitto del Titanic. E così sia.

La verità è che le vere bombe sexy sono nate negli anni '80:

BRUCE WILLIS
non crederete mica di averlo scoperto voi, giovani native digitali! Sia chiaro: Bruce Willis è dai tempi di Moonlighting che calca le scene e le signore. In coppia con un'affascinante (e un po' MILF) Cybill Sheperd, investigava nelle strade di New York con un certo stile e pure una certa chioma, non ancora intaccata dai radicali liberi. Un classico uomo americano in carriera, un po' bauscia ma simpatico e bello come il sole. Anche oggi, con la sua pelata, tiene botta nella classifica hot femminile. All'epoca, non era ancora così famoso, eppure era già chiaro che un bell' 8+ non gliel'avrebbe tolto nessuno.


RICHARD GERE
American Gigolò = chiappe di marmo. Principe perfetto in "Pretty Woman", è sex symbol da sempre. Ma chi lo ammazza questo, è come il formaggio: più stagiona, più è bono.

JOHNNY DEPP
Ok, ci ha deluse: da quando ha mollato Vanessa per quella figa di legno di Amber Heard che ha mille anni di meno ci è sembrato meno affascinante e più rimbambito dalle crisi di mezza età. Però non è mica sempre stato così, Johnny. Il poliziotto Tom Hanson della squadra di 21 Jump Street era il bello e dannato di cui tutte le nanette dodicenni (tipo me) negli anni '90 si sono innamorate almeno una volta. Certo è che quella serie era una vera e propria fabbrica di gnocchi: ha sfornato gente come Peter De Luise, per esempio, e Richard Grieco. Ecco, questo merita un capitolo a parte e una rubrichetta "come eravamo".


RICHARD GRIECO
Booker
, si diceva: collega di Tom Hanson, era talmente bello che si è meritato uno spin off di tutto rispetto. Come non ricordarlo mentre insegue i cattivi, o bacia la bella di turno minacciata dall'ex marito. Ce ne fossero, al giorno d'oggi, di uomini così. Lato negativo: si è sfasciato con la chirurgia plastica. Ora somiglia a Roberto Cavalli. Troppo bello per rimanere vero.

MORTEN HARKET, SIMON LE BON, JOHN TAYLOR, MICK JAGGER, STEVEN TYLER, detti anche " GLI INDISTRUTTIBILI"
Loro tengono botta, anche se ormai sono invecchiati. Jagger e Tyler hanno settant'anni suonati, Taylor e Le Bon 50, Morten Harket (leader dei norvegesi A-ha, nonché uomo della mia vita da quando avevo 6 anni - poi mi chiedono perché all'università abbia scelto lingue nordiche!) 56 il prossimo 14 settembre; eppure se ce li ritrovassimo davanti, torneremmo sbavanti e urlanti come ragazzine. Su questi qui un po' ha fatto il chirurgo (vedi Harket, che sembra sempre più un Husky), un po' i soldi ("il denaro è sterco; tuttavia lo sterco è un buon concime"), un po' la fortuna. Tant'è, a me un sospiro sfugge ancora. Se poi parliamo di Tyler, non capisco più niente, con quelle labbra!


E voi? Chi era il vostro sex symbol quando eravate piccole? Ditemelo qui sotto! :)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...