13 gennaio 2013

Mariangela e l'Amore Vero

So che tutti ne stanno parlando in questo momento, che può sembrare solo il doveroso tributo all'attrice italiana più grande di tutti i tempi; ma io davvero ho le lacrime agli occhi da quando ho appreso la notizia, e la motivazione va ben oltre il fatto che la stimavo, la rispettavo, la consideravo la migliore.

Quello che mi fa piangere così tanto è tutto il carico di passione che questa donna ha lasciato: per il teatro, per la vita, per il suo uomo.

Vedere Renzo Arbore così distrutto mi ha ricordato quanto infinitamente piccoli siamo davanti ai nostri errori, alle nostre paure; sentirgli dire che rimpiangeva tutto il tempo che non aveva passato con lei quando avrebbe potuto, che si pentiva di non averla sposata, di averla ritrovata solo dopo 40 anni, mi ha piombata in un' amara densa emozione negativa.

Non so cosa significhino in termini di tempo 40 anni; potrebbero parermi un giorno, o una vita. Di certo però so che significa quel tipo di amore, che non si capisce, non si doma e tuttavia, manca sempre.
Che lo voglia o meno, che lo si comprenda o meno: manca, continuamente.

Mi scoppia il cuore, pensandoli lontani, e mi scoppia pensandoli felici, vicini, per troppo poco.

"Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l'arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all'etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all'ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall'aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.

Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d'animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s'interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.

Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell'umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l'amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato."

Renzo Arbore, in ricordo della compagna Mariangela Melato

12 gennaio 2013

Segui la stella, fino al mattino

Tempo fa, su queste pagine elettroniche, scrissi che se un progetto continuava a non andare in porto nonostante l'impegno impiegato, forse era perché doveva essere abbandonato. Se non è destino, lo capisci subito: per quanto tu sia bravo, per quanto tu faccia in modo di dimostrarlo, qualcosa ostacola sempre la tua mèta. Anche quando dai il massimo, anche quando sembra facile.

A me è successo con il tesserino da pubblicista.
Ho iniziato a scrivere per me, perché amo farlo, come dice una delle mie "nuove" colleghe nell'agenzia in cui sto facendo lo stage, sono una "grafomane". È vero, mi ha inquadrata bene. Scrivo sempre. Ogni giorno, un po' perché sono logorroica, un po' perché mi è richiesto per lavoro, un po' perché mi sfoga.
Ho scritto tanto senza scopo di lucro, e continuo a farlo soprattutto così: una passione non ha prezzo, fa parte di te e del tuo modo di essere e condividere. Io esisto quando scrivo e suono il pianoforte. Per rappresentarmi, bastano una nota e una penna (e un pc, direbbero in tanti, ma lo assimilo alla penna).
Comunque, questo tesserino non ce l'ho, nonostante siano passati tanti anni. E non perché non abbia provato a collaborare al fine di ottenerlo, ma per svariati motivi, tra cui "non abbiamo i soldi per pagarti", "abbiamo soldi per pagarti ma non abbastanza per farti diventare giornalista", "possiamo farti il tesserino - sì sì te lo facciamo - cavolo non possiamo fartelo perché l'ordine vuole abolire la categoria e ha bloccato le domande di accesso". Questo, quantomeno, è quanto mi viene detto.
Ho chiesto "scusate, in confidenza: se non sono tagliata ditemelo, altrimenti non posso indovinarlo da me e perdo tempo", e mi è stato risposto "assolutamente, continua, sei brava", "è il tuo lavoro" e "no no, vedrai che poi un modo lo troviamo". Insomma, pare sia solo un problema di burocrazia e di fondi.

Però in cuor mio lo sapevo, che c'era qualcosa che non doveva traghettarmi lì.
In cuor mio, sapevo di dover continuare a coltivare la mia passione, ma che mi sarebbe servita ad altro.

In quest'ultimo mese ho capito molto più di quanto non abbia mai fatto in tutta la mia vita, e ho deciso di rischiare: di rimanere con un pugno di mosche in mano, di buttare altro tempo.

Ma - in cuor mio - so bene che questa volta è giusta la strada che devo percorrere, perché tutto fila liscio, come dovrebbe, e mi ha ridato l'entusiasmo e l'emozione che credevo di avere perduto.



4 gennaio 2013

#2013.

Ogni giorno, come una bambina col giochino, leggo il mio oroscopo; non ho mai creduto ai disegni predestinati e mai ci crederò. Però non ho a fianco un uomo che mi dia coraggio; non ho figli per i quali investire le mie energie e per me sola non lo ritengo sufficiente per via di una maledettissima abitudine a trattarmi male. Così quelle poche righe - divertenti, leggere - mi tirano un po' su il morale e mi fanno dimenticare che sì, sto facendo uno stage meraviglioso, in un posto che fa gola a molti, anche solo per il fatto che ha una storia, che ha lasciato una traccia storica. Ma non potrò contare di entrarci, perché la crisi non ha risparmiato nessuno (e non capite, non potete capire quanto faccia male vedere tante persone che sanno lavorare con quella professionalità e precisione e passione e pensare che rischiano il posto). E sì, ho un lavoro; ma ogni giorno ho il terrore che diminuiscano gli iscritti, che si riducano le risorse, o che qualcosa vada storto e ricomincino i pensieri negativi. Sì, quanto a salute sto meglio dell'anno scorso, che mi ha vista strisciare sul pavimento, perdere la dignità, perdere la testa e abbandonare l'immagine pulita che avevo della persona che nella mia vita ho amato più in silenzio che urlando, più "dentro" che fuori; eppure ora va meglio solo perché ho rinunciato per sempre a tutto. E quando dico per sempre non è un'iperbole: non permetterò mai più a me stessa di avvicinarmi troppo; il Sole è luminoso, ma Icaro sfiorandolo perse le ali.

Non avrò una pensione. E il fatto che non l'avranno nemmeno molti di voi non mi fa sentire meglio, non è mezzo gaudio questo mal comune, è una tragedia alle porte. È sintomo del pieno fallimento della nazione. La barca è alla deriva già da un po', è bucata, e a questo punto perché possa navigare deve prima naufragare, e risvegliare le coscienze. Bisogna che tocchiamo con mano la fame, quella che passarono i nostri nonni, e per alcuni  - me compresa - i nostri genitori. Bisogna perdere tutto per capirne il valore. Quel che vedo intorno a me non è futuro. E non possiamo dire "eh, non cambierà mai nulla", senza pensare che se davvero lo crediamo be', allora abbiamo proprio ragione, nulla cambierà.
Di noi c'è chi ha investito tanto sulle proprie forze da subito, e ha una posizione. E chi come me ha sbagliato tutto, e dà la colpa solo a se stesso, perché era chiara la strada che doveva prendere, e per paura ci ha rinunciato. La paura fotte, ragazzi, la paura ci controlla. Ci rovina.
Occorre smettere di avere paura di ciò che si pensa, di ciò che si è, e smettere di far finta che tutto sia come quando eravamo piccoli, accontentandosi.

Bisogna essere esigenti e al tempo stesso disposti al sacrificio, cara Fornero. Bisogna esserlo, ma non tanto per gli ideali: ci servirà per mangiare.



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