30 dicembre 2012

Oops, I did it again.

Io mi esprimo a parole. Fiumi di parole. Sono logorroica. Amo guardare lo schermo bianco che si riempie e amo sentire il ticchettio ritmico dei tasti del computer, così come amavo (forse con più passione ancora, perché si potevano toccare quelle lettere, fisicamente) la mia Olivetti Lettera 35.

Ultimamente però sento una sete diversa, e trovo che solo le immagini riescano ad appagarla. Sto sviluppando un bisogno visuale, uno sfogo di pupille.

Così l'ho fatto: ho aperto un altro tumbler, solo di immagini. Niente testi, se non brevissimi, a corredo delle foto; e solo foto che impattano molto su di me, nessuna ricerca, solo impulso.

Ho iniziato solo oggi, ma sono soddisfatta.

Se volete, fate un giro nel mondo folle di un'Alice molto particolare, tanto particolare da non essere più Alice.


28 dicembre 2012

Interludio

René Magritte - The False Mirror

Di fonti che dissetano in poesia,
restano tristi e solitari atomi 
ancora posso anelare
a quella nuvola troppo alta
che non riesco più a vedere
perché ciò che non approda al cuore
per colpa d'un impaccio
è interdetto alla pupilla
resta sospeso
in costante attesa
di tornar sembianza.


©Erika Muscarella - Wordshelter


26 dicembre 2012

Ed essa ancora Langue, senza Parole.

(questa arriva a pochi)

8 dicembre 2012

Jingle Balls

Alla fine ho capitolato: anch'io mi sono omologata, ho smesso di schifarmi e ho fatto... ho fatto... oddio non riesco nemmeno a dirlo... inspira, espira: ho fatto L'ALBERO DI NATALE.

[rumore di tuoni]

Carletto
Vi presento Carletto. L'ho fatto io, e questo già è un mezzo miracolo (o una mezza tragedia, dipende dai punti di vista; il primo è quello di mia madre). Ha preso il posto di Spelacchiotto (nella foto più sotto), che era dal 1986 che svolgeva il suo compito di alberello natalizio. Purtroppo dopo ben 26 anni di onorata carriera ho dovuto mandarlo in pensione: come si evince dall'immagine dell'anno scorso, ormai di rami ce n'erano rimasti ben pochi.

Spelacchiotto
Anche Carletto però mi ha fatto penare: anzitutto non parla italiano ma cinese, e quindi capirsi non è stato facile. Poi è totalmente sintetico: no, non di plastica, di una sostanza solida non bene identificata ma certamente non naturale, che potremmo chiamare per convenzione e semplificazione "robaccia". La robaccia, oltre a puzzare, prende anche fuoco molto facilmente, e di certo le mie luccioline fuffose (anch'esse con una notevole carriera) non avrei potuto piazzargliele addosso senza prima dotarmi di estintore.

Ho quindi interpellato il marito vigile del fuoco della mia amica Ilaria per essere sicura di quel che dovevo fare. Ho staccato un rametto a Carletto e l'ho dato a lei, ché lo portasse al consorte.

Segue il fedele scambio di sms:
"Marco chiede che lucine hai"
"cinesi"
"ha detto che magari è meglio SE NON CE LE METTIIII"
"quindi vado a fuoco?"
"be'"
"sicuri?"
"dice che dovresti cercare QUANTOMENO LE LUCI a norma..."
"capito, vado a comprare l'estintore!"

Alla fine ho pensato di chiedere al mio rivenditore di fiducia Paolo un consiglio, e mi ha piazzato in mano un pacco di luci al led, che non si scaldano. I colori sono freddi (ci sono solo rosa, bianche o blu) e a me piacciono quelli che fanno Natale, il giallo, il rosso, il verde... ma mi accontenterò, se questo impedirà alla mia casa (e alla sottoscritta) di prendere fuoco.

Lunedì toccherà ad Alberico (foto), l'alberello dell'associazione sportiva dove lavoro. Insomma, avrei fatto prima a fare il boscaiolo io, con tutti 'sti alberi.

Alberico

E tant'è, m'è presa la frenesia dell'atmosfera natalizia, delle lucine ovunque e degli addobbi per casa, per la quale, lo so, riceverò biasimi da tutti coloro che confidavano che l'apocalisse non sarebbe infine giunta, ma che sono costretti ad ammettere che - se io divento affettuosa con i bambini e mi metto pure a fare alberi di natale - E PURE BENE - be', qualcosa sta davvero cambiando nell'aria, e non può che essere un vento di sventura.

Buone Feste, sempre che il 21 non finisca il mondo.




1 dicembre 2012

Faraway

©Claudia Toloni - "L'absence"

Sei lontano.
Non più geograficamente, ma nel cuore.
Sei lontano come una polaroid di vent'anni fa, trovata per caso in una vecchia e polverosa scatola chiusa.

Sei lontano, sbiadito, scolorito: non sei tu.
Eppure ti vedo ancora, se chiudo gli occhi, a tinte vive, ma è un attimo; in fondo hai deciso tu di scolorire.

Chiudo la scatola, soffio via la polvere, e la ripongo nell'armadio, chiusa a chiave.
Al sicuro: ma lontana.


Già, peccato.


Sono sempre di fretta. Mi sembra di dover recuperare tutto il tempo che ho perso fin'ora. Fisicamente sono pesante, stanca;  il mio cervello invece è finalmente di nuovo stimolato a dovere, non gli par vero. Credevo di avere perso elasticità; ho scoperto che ero atrofizzata solo perché quel che facevo mi permetteva di sopravvivere, ma non di vivere.

Peccato debba finire sempre troppo presto.
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