30 agosto 2012

La numero uno

Che io adori lo stile di Daniela Farnese, meglio conosciuta come la "Dottoressa Dania", non è un mistero; ogni volta che leggo qualcosa di suo mi sembra di trovare la via d'uscita dal labirinto intricato che mi si forma dentro, al quale non riesco a dare nome né direzione. A volte la chiave per uscirne è fatta di concetti molto semplici. Solo che, nel marasma della confusione emotiva, non si vedono né si riescono a tradurre. Tanto confonde, l'Amore.

Ho letto quindi d'un fiato "Via Chanel n°5" (acquistabile in formato kindle, cliccando sulla copertina a sinistra e su Amazon.it, e in tutte le librerie a partire da oggi).

Ho passato un anno e mezzo a piangere il "mio" Niccolò, a pensare - che diamine, vorrei essere bella come la "sua"Anna -, furba come lei. Che fosse una maledetta gattamorta lo avevo capito a pelle, e ne avevo trovato la conferma dai racconti di persone che la conoscevano, e persino in rete. Una dalla quale bisognerebbe imparare, perché è difficile far credere di essere ingenue, coinvolte e oneste quando, in realtà, ci si sta facendo soltanto gli affari propri, senza pensare all'altro e al suo bene.

Ho passato un anno a piangere.
Poi ho capito che non ero io a non andare bene, ma viceversa: un uomo che sia quello giusto per me non può per definizione trovare più giusta una completa estranea con la 38, conosciuta a una cena, dopo soli 7 giorni di sesso. E non innamorarsi di me dopo 12 anni di scambi profondi. Il mio principe azzurro deve volermi, e deve volere me con la mia 44 che oscilla, deve volere me con il mio carattere affettuoso, fisico, appassionato, e il mio cervellino contorto; deve cercare i miei baci, e non criticare il mio modo di amare. Deve cercarmi prima di tutto perché sa che io sono speciale, e non solo perché fa del buon sesso. Ci sta anche quello, chiaro: ma il mio uomo deve volere che sia io la sua NUMERO UNO.

Insomma, a volte una storia semplice, scritta per catarsi, forse, di certo scritta per sé stessi e non per il desiderio di commercializzare i propri pensieri (su questo mi ci gioco una mano), dice più di qualsiasi saggio o consulenza psicologica in tema di sentimenti.

Abbiamo ancora bisogno di una fiaba a lieto fine che però parli di noi, senza stupide eroine perfette: ecco perché, dopo averlo letto, ve lo consiglio.

p.s. sì, il titolo non rende giustizia al libro, ma non l'ha scelto l'autrice, e ciò vi basti.

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