27 agosto 2011

Mi vieni a parole

C'è questa cosa un po' da schizzata, che io ho più canali d'espressione per dire alle persone ciò che provo.

Uno di questi è la musica, probabilmente il mio mezzo preferenziale, perché traduce senza dubbi e senza vuoti quello che ho dentro. Mi basta un pianoforte.

E poi c'è la penna, diciamo ancora penna, ti prego, anche se sono una donna 2.0, una geek senza speranza, una che dà del nerd a te ma poi non ti caga mentre parli perché smanetta col blackberry. Diciamo che ho la penna, che mi aiuta a buttare fuori anche quello che spesso vorrei tenere dentro.

Però sai cosa, le parole, così come le note, quando si accumulano e diventano davvero tante, davvero prepotenti, non riesco a trattenerle, e allora scrivo, cancello, scrivo, cancello, e non mi ricordo più il pensiero precedente perché in un attimo se ne forma un altro; e vorrei dirti tutto, sempre, qualunque cosa, perché alla fine il legame più forte che abbiamo sono sempre state le parole. Tante, sempre, sobrie e meno sobrie, a mezza voce oppure urlate, un fiume di lettere dell'alfabeto tenute insieme da un affetto che però, guarda la beffa: non si può spiegare.

Io e te, ti dicevo una sera, abbiamo una certa "narrabilità". Mi vieni bene a parole. In musica ci sono state amicizie interrotte, persone che se ne sono andate per sempre, amori infranti.

Tu invece sei il mio vocabolario, il mio traduttore della vita.
Di te scriverei per anni senza fermarmi, per fermare te sulla carta, per non perderti mai e per averti sempre con me quando invece non ci sei.

Perché se c'è una cosa che sei in grado di fare, è utilizzare il mio linguaggio.

Non è facile, a volte, parlare con me, quest'anno te l'ho dimostrato; ma tu, soltanto tu, hai parlato sempre per me.


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Lo sai che se usi le "k" a sproposito nessuno ti si tromberà mai più?

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