30 agosto 2011

Not a surprise

L'amore è un pacco.

Ma un pacco di quelli proprio grandi.
Nessuno si sceglie di stare male, va da sé.
Ed è davvero fortunato chi è sempre ricambiato e ha la fortuna di poterselo vivere, l'amore.
C'è che a volte vieni lasciato, e non puoi farci molto.
C'è che a volte invece ti senti un po' un ibrido, non è indifferenza né ti senti innamorato, ma ami, e come te lo spieghi? Però è così. Ami. Vai a capire che strada ti ha preso il cuore. Il cervello non riesce mai a mettere a fuoco quando glielo si chiede.
Poi c'è la sfiga della sfiga, innamorarsi di qualcuno che deve dirti addio, e non perché lo vuole ma - metti caso - deve partire.  E anche quello è un bel pacco, non c'è che dire.
Il sunto di tutto questo è che nessuno è felice. Puoi raccontartele fino a un certo punto, ma prima o poi c'è da affrontare la situazione e guardarsi dentro. E non sempre è bello ciò che si vede sul proprio volto, specie quando non sorridi.

Che piaccia o no, bisogna mandare giù il boccone, e farsene una ragione.

29 agosto 2011

Referrer che Passione

Dopo un'attenta analisi del mio profilo Shinystat, ho deciso di assegnare ogni mese il premio "Referrer che Passione". Ritengo che la creatività degli utenti della rete vada in qualche modo ricompensata e, anzi, vi esorto a partecipare numerosi per le prossime assegnazioni.

Dunque si diceva, il premio "Referrer che Passione" di agosto 2011 va alle seguenti chiavi di ricerca:

I° CLASSIFICATO: "Mi sento rotta dietro".

Commento della giuria: 
Cara, non so cosa tu stessi cercando di preciso per la rete, ma ti do un consiglio pratico: prova con la Preparazione H, fa miracoli.

II° CLASSIFICATO: "Cazzi di Re Pesce"

Commento della giuria:
Cos'è, una favola porno dei fratelli Grimm???

III° CLASSIFICATO: "Cazzoni"

Commento della giuria:
In effetti anche tu sei in tema. Di Cazzoni sul mio blog ce ne sono un sacco, ma molti di più sul mio profilo facebook; vieni a trovarmi lì che te ne presento qualcuno.


Alla prossima, e mi raccomando: usate la fantasia!

27 agosto 2011

Mi vieni a parole

C'è questa cosa un po' da schizzata, che io ho più canali d'espressione per dire alle persone ciò che provo.

Uno di questi è la musica, probabilmente il mio mezzo preferenziale, perché traduce senza dubbi e senza vuoti quello che ho dentro. Mi basta un pianoforte.

E poi c'è la penna, diciamo ancora penna, ti prego, anche se sono una donna 2.0, una geek senza speranza, una che dà del nerd a te ma poi non ti caga mentre parli perché smanetta col blackberry. Diciamo che ho la penna, che mi aiuta a buttare fuori anche quello che spesso vorrei tenere dentro.

Però sai cosa, le parole, così come le note, quando si accumulano e diventano davvero tante, davvero prepotenti, non riesco a trattenerle, e allora scrivo, cancello, scrivo, cancello, e non mi ricordo più il pensiero precedente perché in un attimo se ne forma un altro; e vorrei dirti tutto, sempre, qualunque cosa, perché alla fine il legame più forte che abbiamo sono sempre state le parole. Tante, sempre, sobrie e meno sobrie, a mezza voce oppure urlate, un fiume di lettere dell'alfabeto tenute insieme da un affetto che però, guarda la beffa: non si può spiegare.

Io e te, ti dicevo una sera, abbiamo una certa "narrabilità". Mi vieni bene a parole. In musica ci sono state amicizie interrotte, persone che se ne sono andate per sempre, amori infranti.

Tu invece sei il mio vocabolario, il mio traduttore della vita.
Di te scriverei per anni senza fermarmi, per fermare te sulla carta, per non perderti mai e per averti sempre con me quando invece non ci sei.

Perché se c'è una cosa che sei in grado di fare, è utilizzare il mio linguaggio.

Non è facile, a volte, parlare con me, quest'anno te l'ho dimostrato; ma tu, soltanto tu, hai parlato sempre per me.


25 agosto 2011

The Truth is In Here

Per fare felice la mia amica Valentina , appassionata quanto me di telefilm purché di basso livello (innegabile il fascino delle serie trash!), di film e di gossip, dimostrerò con questo post che dietro alle più famose tv-series e cult-movies americani degli ultimi quindici anni giacciono segreti e legami inenarrabili.

Tutto ha inizio con BEVERLY HILLS 90210.
Abbiamo lasciato tutta la compagnia in spiaggia senza Brenda, partita in cerca di gloria alla volta di Parigi; di lei nel telefilm non si dice più nulla, ma fonti certe raccontano di averla vista in un bistrot della capitale francese, intenta a rimorchiare il poliziotto Tom Hanson (il quale però cerca di togliersela di torno fingendo di essere Il Cappellaio Matto); una volta scaricata dal bel Tom, Brenda si ritrova ubriaca a ballare sui tavoli insieme a  Mc Namara e Troy, che si trovano lì per una vacanza insieme a Julia, la moglie di Julia, Olivia, la figlia di Olivia, ed Ellen DeGeneres. La nostra vanitosa Brenda, dunque, si fa convincere dai due chirurghi a correggere col bisturi qualche imperfezione; qualcosa però va storto e, nip di qua, tuck di là, tolte le bende postoperatorie, Brenda si ritrova la faccia di Lorelai Gilmore. Nel frattempo i Men In Black vengono informati da Mc Namara dell'errore, e si offrono di cancellare a Brenda la memoria, offrendole una nuova identità, quella di Lorelai Gilmore per l'appunto, e convincendola di essere carina, gentile, socievole e simpatica. Una volta trovato un nuovo ruolo per la ragazza, i Men in Black si rendono conto però che è necessario fornirle anche un passato; prendono quindi i veri coniugi Gilmore e fanno pulizia anche nelle loro menti, convincendoli di avere una figlia di nome Lorelai. I due si recano poi dalla fruttivendola di Stars Hollow che però fa pagare loro ben 10 $ un etto di prugne secche, così decidono di vendicarsi cancellando anche la memoria della fruttivendola e della di lei figlia, e facendo credere a quest'ultima di chiamarsi Rory Gilmore, figlia di Brenda-Lorelai. A questo punto della storia Mulder e Scully per poco non scoprono tutto a Tunguska, per colpa di un'intercettazione partita dalla nave di Diana dei Visitors, che per far perdere le sue tracce decide di travestirsi da biondina e di sbarcare a Capeside con il nome di Jen Lindley. Qui conosce un certo Dawson, del quale è innamorata la moglie di Tom Cruise prima d'impazzire (e sposare Tom Cruise), e decide di sedurlo, folgorata dai due criceti che tiene in camera da letto, nomati Zack e Cody, che tenta invano di ingollare. Joey Potter si ritrova quindi single e disperata. Per fortuna, il figlio minore di Andrea Zuckerman, Pacey, la nota mentre chiacchiera amabilmente con Hanna Montana, che è appena stata assunta da Benjamin Horne al One Eyed Jack's, con il nome in codice di Francesca CacacePacey, che nel frattempo scopre di essere tornato per via di esperimenti del padre Walter Bishop da un mondo parallelo, se la tacchina per un po' e poi tenta di portarsela a letto, ma lei desiste perché nasconde un terribile segreto: in realtà Joey Potter è Buffy l'Ammazzavampiri, e si trova a Capeside solo per far fuori Diana credendo che si tratti di Sookie Stackhouse vampirizzata. Quando scopre di essersi sbagliata, Dawson le rivela di non chiamarsi davvero così, e di non essersela portata a letto perché credeva di essere suo fratello, Harry Potter. Diana, intanto, finge di essere malata di cuore e riesce a scappare da Capeside con l'astronave madre. A questo punto tutti quanti (Brenda-Lorelai, Rory, Pacey, Joey ed Harry Potter, Zack e Cody - che si rivelano in realtà i due gemelli Winsley sotto incantesimo Animagus - , Hanna Montana ed Ellen DeGeneres) partono alla volta di Mordor dove, insieme a Frodo, Sam, Gandalf e Mc Giver, sconfiggono grazie a un chewing gum e a un filo interdentale il temibile Voldemort, dopo averlo smascherato dietro le mentite spoglie di Tory Spelling.


Ecco, questa è la verità.
E ora scusate, devo andare, mi stanno chiamando un'altra volta da Cabot Cove.



24 agosto 2011

Effetti Collaterali

Qualche volta penso che passare del tempo con te sia come ingoiare una pastiglia, di quelle che non ti fanno pensare ai casini, che ti cambiano l'umore. Sto bene, di quel "bene" pieno che non comprende momenti di noia né sfumature verso il nero, le giornate sembrano cortissime e le notti troppo lunghe, e quando parliamo vedo talmente tanto di me dentro di te e, viceversa, c'è talmente tanto di te in me che penso che tu sia come una vox media: un "φάρμακον", che in greco significa sia "veleno" che "medicina". E così da un lato stare con te guarisce le mie ferite, perché mi mette in contatto con la parte più profonda di me stessa, mi libera, mi conforta, riempie i miei vuoti; dall'altro mi arrabbio tanto da dare pugni contro il muro perché - maledizione - manca solo un piccolo, maledetto tassello, uno soltanto, quello che metterebbe fine a questo continuo eterno ritorno a cui ormai sono abituata e rassegnata, senza il quale non cambiano né cambieranno mai le cose.
E così mi siedo sfinita, e infastidita, e vuota, e con la sensazione che qualcuno ci abbia costruiti a incastro, ma dimenticando di creare uno spazio dentro di te, e creando un pezzo di troppo dentro di me.

"È strano quanto belle appaiano le persone mentre vanno via".
(Mandy Slade, Velvet Goldmine)

23 agosto 2011

...tu sei fatto d'avorio e d'oro

“Il mondo è cambiato perché tu sei fatto d’avorio e d’oro, la curva delle tue labbra riscrive la storia.”

— Oscar Wilde (Sybil Vane - “Il ritratto di Dorian Gray”)

19 agosto 2011

Waiting for nothing

Ragionavo sull'attesa.

L'attendere qualcuno, qualcosa, una situazione, una soluzione, fino a quest'anno hanno governato la mia vita, il mio modo di attraversarla.
Ho capito che l'attesa non è che un inganno. Quando ci risolviamo ad aspettare tutto si congela in un momento che non torna. Non torna, anche se sembra tornare, anche quando sembra sia una specie di tassa da pagare, ché un po' ti viene da dire "fermi tutti, ma non è che forse dovrei prendere atto e magari considerare la cosa?". È  che quando ti accorgi di avere atteso di rendertene conto, ti accorgi anche che lo sapevi già, che in realtà lo avevi già considerato, e che l'hai lasciato andare. Ogni volta l'emotività mi destabilizza. La compenetrazione, l'empatia, la simbiosi: mi mandano nel caos. E l'attesa di percepire tutto come una travolgente novità distrae dal comprendere che la vera novità è aver capito che non potrà mai diventare una novità.

In tutto questo, ci stanno i sentimenti. E l'attesa non è fatta per assecondarli.

16 agosto 2011

Message in a bottle

Sento il bisogno di sfogarmi un po' su una questione delicata.
Qualcuno potrebbe prenderla male (quel qualcuno mi legge, ma sa anche come la penso in merito, e chissà che non contribuisca a fargli sentire per l'ennesima volta che ha lanciato dalla finestra la sua vita), ma se non butto fuori tutto oggi ci vado sotto.


Dieci anni fa io avevo un fidanzato con un bel problema con l'alcool.
Siamo stati insieme in tutto un annetto e qualcosa, e per i primi sette-otto mesi tutto sembrava filare liscio. Ero giovane e felice: forse per la prima volta e anche l'unica nella mia vita. Anzi, ero talmente felice e provavo un sentimento talmente forte, che a volte mi trovavo a frignare di gioia, perché è bello, è proprio bello amare qualcuno in questo modo totalizzante. L'avevo conosciuto durante una serata in un locale di Genova che oggi non esiste più, ma nel quale si ballava rock e dal quale sono partite amicizie che ho conservato per anni. Questo ragazzo - di base - è un buono: è molto empatico, disponibile, brillante, con un bell'umorismo.  Per me era anche affascinante, e anche se non si può dire fosse un oggettivo figùn, così lo vedevo io. Quando beveva, però, diventava un altro, il suo gemello insensibile, stupido, ottuso e maleducato.

Durante quel tipo di serate l'alcool scorre a fiumi. È difficile capire che non tutti, però, la vedono come una situazione sporadica e temporanea, uno sfascio che dura una notte e poi tutto normale. Ripensando alla me stessa di quel periodo vedo una ragazzina, un'ingenua, e l'ingenuità è imperdonabile. Sta di fatto che un po' lui mi aveva accennato che avrebbe potuto farmi soffrire per via dell'alcool, ma io tra me e me pensavo "la fa un po' grossa, non è così terribile se qualche volta beve un bicchiere di troppo". Io, poi, mi regolavo, l'ho sempre fatto, non sono mai stata incline alle dipendenze, di nessun tipo, e quindi mi veniva proprio difficile immedesimarmi in una persona più debole di me. Dopo qualche mese mi sono accorta, però, che questo ragazzo beveva anche quando non c'erano situazioni "sociali". Addirittura, spesso stappava birre a metà mattina. Quando il problema mi si è chiarito davanti agli occhi ho capito che ormai c'era dentro fino al collo e a nulla sono servite comprensione, rabbia, esortazioni a parlare con qualcuno. Per qualche tempo mi dava retta, poi tutto come prima. La storia non è finita per quel motivo, ma secondo me ha pesato tanto nella nostra infelicità ma soprattutto nella sua. E anche oggi, quando vedo coloro che dovrebbero essere i suoi migliori amici scherzarci su e mettergli un "like" su facebook quando lui aggiorna status del tipo "quando tutto va male l'unica cosa che consola è la vodka", io mi incazzo come una biscia. Si è perso, e non so se avrà mai la forza di ritrovarsi, considerato che tutti se ne sbattono se lui si autodistrugge perché non riesce a dire "ok, basta, non ce la faccio da solo".

Di tutte le dipendenze "leggere", l'alcool è la più subdola, la più infingarda. Si comincia dal far fuori la classica bottiglia di vino in due, e se non si sta attenti le bottiglie diventano due, magari tre, prima una volta a settimana, poi due, poi tre, poi non ti ricordi che hai fatto il giorno prima e ti ritrovi con un problema serio che nemmeno sai più come e perché è cominciata.

Io non ce la faccio a vedere altre persone che amo e che per me sono importanti lasciarsi andare. L'ho già fatto una volta, non sono riuscita ad aiutare quel ragazzo, perché nessuno si lascia salvare se non vuole. Ma non si può avere più fiducia e più rispetto per una bottiglia che per una persona. Gli amici ci sono per parlare, per condividere i pesi e per supportare. E quanto più si sa che ci sono, e che sono amici veri, tanto più bisogna ascoltarli. Solo questo, per prima cosa: aprire le orecchie, pensare.

Io spero che questo messaggio arrivi dove deve arrivare.
E spero anche che un po' faccia riflettere tutti.
Pensateci. Il peggio che può capitarvi, è finire a piangere a singhiozzo su una spalla amica anziché vomitare in un cesso.

Questione di equilibrio.

 "È quello che sai che ti uccide, o è quello che non sai?"

Il problema fondamentale di qualsiasi tipo di relazione, amicizia, legame è l'onestà.
Tanto quella verso gli altri, quanto quella verso sé stessi.

L'onestà, però, la governa la paura. Paura di mostrarsi come si è, paura di scoprire debolezze, paura di essere delusi o di deludere, di non essere corrisposti, di non essere all'altezza, o di essere considerati strani.

Quando si ha paura di qualcosa, si finisce per mentire. O per negare. O per nascondere.

Ci si può fermare alla superficie e mentire a sé stessi, oppure si può capire da dove arriva la paura.

Raschiare il fondo per scoprire la verità non significa che quest'ultima sia sempre una buona notizia; ma almeno avremo salvato noi stessi dall'ennesima menzogna, e ci saremo concessi la possibilità di diventare più saggi, e magari di sopravvivere con la dignità che meritiamo.


8 agosto 2011

Wi-fi life

Ieri parlando con un amico mi sono resa conto, attraverso le sue parole, che internet mi ha cambiata moltissimo. Non so dire se in meglio o in peggio; credo dipenda dai punti di vista. Sono sempre stata una dalla chiacchiera facile, ma al contempo sono gelosissima della mia privacy. Non mi va che tutti sappiano quello che faccio, eppure aggiorno status su tutti i social che conosco come se non ci fosse un domani. E assorbo modi di dire, penso con le hashtag. Questo mio amico è praticamente il contrario di me, parla poco e ascolta molto; ha pochi amici ma nonostante questo ha una vita sociale assai più intensa della mia. È sempre in giro, ha sempre qualcosa da fare, sempre una ragazza intorno, sempre qualche situazione interessante, mentre la mia vita è una costante pianura padana nella nebbia. Conosco tremila persone, ma alla fine non ho voglia di uscire a prenderci un caffè, mi stanno bene così, dove sono, aldilà dello schermo, il più delle volte. Mi sono abituata a una comunicazione a senso unico, dove io dico cose che non cambiano né la mia giornata né quella degli altri, e - a essere sincera - mi piace così. Da un lato lo invidio tanto, questo ragazzo, fa la vita che vorrei io: è libero, si autogestisce e non credo si sia mai annoiato dacché lo conosco. Lo invidio di quell'invidia buona che ti spinge a dire "dai, ancora un po' di pazienza e poi anch'io, anch'io". Non ha facebook, non sa cosa sia twitter, le donne se le sbatte al muro anziché mandare DM che poi finiscono nel vuoto. Non è che chi sta sui social queste cose non le fa, eh. Dico solo che lui ha una prospettiva sulla realtà in 3D e - perlomeno a me - questa cosa è venuta a mancare. Mi pesa il culo,  e questo è il problema più grande. Io non ho voglia di sbattermi, sono abituata a vivere in un mondo fatto di parole fin da quando ero piccola. Alle medie il momento più bello della mia giornata era quando mi sedevo alla scrivania e battevo a macchina i miei pensieri, o le mie storie. Avevo un pozzo così fervido di idee che oggi stento a credere di essere la stessa persona. A volte ho come l'impressione che sia stata proprio la realtà a togliermi questa dote, ad averla spenta anziché acuita come ci si aspetterebbe.
Sto leggendo i diari di Virginia Woolf; spesso penso che la vita perfetta sia questa: starsene in silenzio, avvolti dalla natura, a buttare giù mondi paralleli. Però lei si è suicidata, il che suggerisce che la fregatura si nasconde dappertutto. Forse era lei, così come forse sono io, a essere una disadattata. Sono strana. Sono un'asociale molto social. Come la Woolf ho sempre cose da dire, ma almeno lei ha lasciato il segno. Io al massimo verrò ricordata, con un po' di sforzi, per avere beccato il maggior numero di fidanzati gay.


p.s. Lui, il mio amico, però, si mette a costruire spade di cartone ad agosto perché così i ragazzi della sua compagnia possano giocarci in vacanza. Francamente io, così nerd, anche no, dài.

1 agosto 2011

Pagine dell'anima

«Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualsiasi cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da riflettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un'opera d'arte.»

Virginia Woolf
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