17 aprile 2011

Time for Jazz

Bisogna essere jazz, e bisogna esserlo dentro.
Avere uno spartito complesso, ma suonarlo con passione, con leggerezza.
Ho avuto una conversazione illuminante con un'amica che sento poco, ma che centra sempre il bersaglio.
Vuoi perché ci è passata, vuoi perché forse ha soltanto inquadrato bene me. A distanza di un anno dal suo "parli di libertà, ma secondo me sei solo tu a metterti sbarre su sbarre intorno", ora sto riflettendo sulla "teoria della disperazione", un po' ridendoci su, un po' perché potrebbe essere la malattia che mi affligge ora.
Sta di fatto che ha ragione su tutti i fronti: ho bisogno di capirmi prima di incazzarmi e poi, da sola, mettere le cose al loro posto. Non al posto che al momento è rimasto vuoto. Solo al loro posto, quello che hanno sempre avuto. Perché se sono sempre state lì, c'è un motivo e io lo conosco.
Capirsi non è facile, tantomeno quando dentro e fuori è il caos.
Però dai, ci si può provare.

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Lo sai che se usi le "k" a sproposito nessuno ti si tromberà mai più?

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