10 agosto 2010

Pessime storie: il prof. che non aveva capito niente

Di solito do consigli sui libri da acquistare, a questo giro invece aspettatevi peste e corna. Perché il libro che vedete a lato, "Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia, tanto osannato dalla critica e spinto dalla casa editrice, è veramente un esempio di ciò che di peggio la letteratura contemporanea sta partorendo nel nostro secolo. Se Paolo Giordano vi è sembrato sopravvalutato, aspettate di leggere (in biblioteca, mi raccomando) questo: un concentrato di banalità e di superficialità da far spavento pure a Moccia (che, tutto sommato, non ha mai preteso d'essere preso sul serio).
Di questo volume salvo solo l'idea di contrapporre i due colori, bianco per il vuoto e rosso per l'amore. Ero partita entusiasta alla lettura della prima pagina: mi aspettavo una storia "rossa come il sangue" e invece è stata solo "bianca come il latte". Di più: insapore. E soprattutto, mi ha fatto una gran rabbia. Perché non c'è spessore in tutto quel flusso pretenzioso di parole messe in bocca a un sedicenne. E pensare che l'autore è un insegnante, uno che dovrebbe cercare di dare gli strumenti giusti ai ragazzi, quelli che ti serviranno poi, da adulto, per stare a galla durante il maremoto. E invece cosa fa? Li riempie di vacuità semplicistiche, da prete di periferia, oserei dire.
Il modo in cui il prof. D'Avenia affronta di superficie il cervello di  Leo, protagonista adolescente, si macchia di un peccato ulteriore e imperdonabile per uno scrittore: non c'è abbastanza adesione emotiva nella narrazione.
Ho vissuto da ragazza quello che ha vissuto Leo, pur non essendo innamorata del mio compagno di classe che si ammalò a soli quindici anni. E davanti al dolore e all'improvvisa tridimensionalità della morte, che quasi abbracci nel suo disgregare la dignità e il corpo della persona, non conta più né sogno né illusione. C'è solo una profonda impotenza, un senso di smarrimento che ti divora l'anima, perché non lo accetti, non puoi accettarlo a sedici anni, che tutto debba finire prima che inizi. Non c'era nessun "caro Dio" a cui scrivere, solo tante domande senza risposta, tanti perché, che nessun adulto può riuscire a spiegare, e rabbia. Non la rabbia raccontata in queste pagine, che è più simile a un capriccio che a una reazione a un profondo silenzio Celeste. Non si può scrivere a tavolino un dolore di tale sorta, solo perché lo si ritiene "educativo" o "d' impatto" per i potenziali lettori. Non serve la retorica per spiegare la vita. Il dolore è quanto di più riesca a farci capire quanto essa valga, ma anche quanto sia profondamente ingiusta. E silenziosa: bianca come il latte.


11 commenti:

  1. Io non ho letto il libro, né mi attira, neanche prendendolo in prestito in biblioteca. Ma l'idea di contrapporre i 2 colori non mi sembra neanche troppo originale considerando che esiste già "Il petalo cremisi e il bianco", quello sì un bel romanzo.

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  2. A me invece era sembrato interessante a giudicare dalla quarta di copertina... ecco, non lo è.

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  3. Ma lo sai che da tipo un mese ho pronto un post sul modo in cui, nella narrativa amtoriale e non, viene affrontato il dolore?
    Non l'ho mai pubblicato per paura di sembrare la solita saccente rompipalle, ma quasi quasi... :P

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  4. @Sys, come sempre abbiamo i neurotrasmettitori sincronizzati! :D
    Posta, posta, ché io leggo! XD

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  5. Fatto. Ora mi ritroverò trecentomila sedicenti scrittori che mi prendono a pomodorate :P

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  6. Quante certezze... E quanta incapacità di accettare un punto di vista diverso dal proprio... Neanche Dio sa tanto di D'Avenia.

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  7. Non sono d'accordo. Ho avuto il male che è descritto nel libro e l'ho vissuto in quei termini. Mi sono ritrovata e mi ha aiutato. Non siamo tutti uguali.

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  8. È vero anche questo, @Anima.
    Mi fa piacere tu abbia potuto superare la cosa e in quel modo, ma resto dell'idea che l'autore abbia costruito "a tavolino" quell'esperienza. A me non è arrivata, forse perché io invece sono ancora arrabbiata con "Fin", e moltissimo.

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  9. Conosco l'autore e so che non è un'esperienza vissuta a tavolino.
    A volte proiettiamo la nostra rabbia su qualcuno che ne rappresenta l'oggetto, per questo capisco la tua posizione, ma non mi piace quando questo porta a giudicare una persona che non si conosce e ad attribuire intenzioni che stanno solo nel cuore di ciascuno.
    Per quanto riguarda la tua rabbia verso Fin... il primo da perdonare è lui...

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  10. @Anima, non ho giudicato la persona, ho solo riportato e analizzato quanto ciò che ha scritto NON mi ha comunicato. È uno scrittore, e questo fa parte del "gioco". Non si può pretendere che i lettori siano tutti d'accordo, non ti pare? E comunque anche feedback negativi servono alla crescita di un esordiente. Non sarà certo la mia recensione a impedirgli una carriera qualora avesse davvero quel tipo di destino.

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  11. Ho dimenticato di rispondere ad @Anonimo. Io direi la stessa cosa a te. Una recensione è una recensione, libero di non aderire al mio pensiero. O dobbiamo tutti pensarla allo stesso modo? Temo che la maggior parte della gente la pensi così. Argomenta come ha fatto Anima, semmai si discute, cosa che è SEMPRE costruttiva.

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Lo sai che se usi le "k" a sproposito nessuno ti si tromberà mai più?

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