30 luglio 2010

Crescere

Ieri ho fatto un salto alla libreria sotto casa, quella di fiducia, dove acquistare un libro non mi appare come il gesto di una massaia che stia scegliendo i broccoli al supermercato. Non c'era la mia amica Chiara, che lavora lì ed è uno dei motivi per cui quel posto non mi sembra anonimo, ma ogni volta che metto piede nel suo negozio respiro un po' del mio passato. Io e Chiara non eravamo grandi amiche al liceo, ma abbiamo condiviso lo stesso spazio vitale per cinque anni che mi sono sembrati lunghissimi, al contrario dei tredici successivi che invece sono volati via.
Da Voltapagina ieri ho acquistato due libri. Il primo scritto da una giovane trentenne di Roma, Rossella Rasulo, dedicato al mondo degli adolescenti, con un titolo, "Ti voglio vivere", che a mio parere distrae un po' dall'intento reale della storia (no, pare davvero che Moccia non c'entri nulla, tranquilli). Il secondo, "Devozione", di Antonella Lattanzi, è completamente agli antipodi: una storia densa, dolorosa, di giovani non più adolescenti ma non ancora adulti e di eroina, di "corpi degradati, corpi innamorati", come recita la frase di Starnone impressa sulla fascia di copertina. Rossella e Antonella, due donne che hanno la stessa età, la stessa passione per la scrittura, ma che non potrebbero narrare della vita in maniera più diversa. Eppure, è così, parlano dello stesso fragile mondo, guardandolo da due prospettive differenti.
Questa mattina, coincidenza notevole, nell'aria c'è quell'odore di fresco che si sente in autunno, quando ricominciano le scuole. Mi mancava quell'odore, e mi ha riportata indietro, ai tempi del liceo, quando vivere mi sembrava più un esercizio di sopravvivenza, di adattamento a una forma che non riconoscevo mia.  Mi sono ritrovata a chiedermi ancora una volta dove fosse finita quella ragazza sottile, smunta e con gli occhi cerchiati di kajal, che scriveva come una forsennata di mondi dove non c'era disagio, non c'era solitudine e non c'era fallimento, che apriva un libro e ci trovava il senso del proprio respiro, che svaniva e diventava quasi invisibile in quella classe di persone brillanti, vincenti, con un futuro delineato. Mi si ammoniva, dal mondo degli adulti, di essere "troppo" espansiva, "troppo" emotiva, "troppo" entusiasta di tutto, "troppo" sensibile. E così il resto del tempo l'ho passato a cercare (spesso senza riuscirci, per fortuna), di sembrare l'opposto, per far piacere al branco, e a quegli adulti che oggi mi ritrovo a giudicare con severità, e che avrebbero dovuto capire, cercare di portare alla luce certi tesori e talenti sommersi, e che invece hanno fallito soffocandoli in nome di convenzioni e ideali di vita che non dovevano essere imposti, casomai scelti. Togliere la scelta (e gli errori) a un adolescente è creare un adulto incerto e disorientato. Chissà dove è finita quella ragazzina sottile con gli occhi che ridevano. Mi piace pensare che appaia, ancora, solo a chi davvero sa riconoscerla.

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