27 settembre 2009

Conferme

Avete presente quella storia che se parti alto con la gradazione alcolica poi devi mantenerla oppure salire perché sennò vedi il Grande Puffo che prende a calci Brunetta saltando sul letto in camera tua?
Ecco, è assolutamente vera.

26 settembre 2009

Primo giorno nella nuova casa

Spostarsi da un luogo a un altro è sempre un po' traumatico, specie se non ne avevi alcuna intenzione. Però a quanto pare, da quando il "papà" di Splinder ha venduto la sua bella invenzione, su quella piattaforma hanno cominciato a lavorarci degli incompetenti. Non esagero: non sanno proprio da che parte cominciare. Non si può rallentare e sballare un'intera piattaforma per cambiare la grafica senza prima testarla esternamente al sito. Non so come ci sono riusciti, ma la versione Beta (analfa-beta, faceva notare un blogger) riesce a mandare all'aria anche quella che prima era stabile. Non si può scrivere così. Io, poi, ho anche un webmagazine ospitato su Splinder, e non riesco più a caricare aggiornamenti. Ci perdo in tempo e anche in  lettori. Blogger è ottimo, stabile e completo.
Se di là non accade il miracolo mi sa proprio che qui comincio anche ad arredare.

Bentornati ai vecchi lettori, benvenuti a tutti quelli nuovi.

EncreNoire

25 settembre 2009

Constatazioni sul 2.0 (Splinder, 20 settembre 2009)

A me questa cosa della condivisione a tutti i costi e in qualunque forma, tutto sommato, piace.
Sarà mica una nuova perversione?

Editor: questo sconosciuto? (Splinder, 03 settembre 2009)

Spesso mi capita di ricevere materiale fresco di stampa di autori emergenti assolutamente geniali dal punto di vista dei contenuti, ma altrettanto carenti in fatto di sintassi e grammatica italiana.
È successo, l'ultima volta, con la casa editrice Giraldi: "Una lingua sul cuore", la storia intensa, appassionata, interessante anche dal punto di vista stilistico, pensata da Carlotta de Melas, è risultata fortemente penalizzata dagli errori di grammatica e di battitura ricorrenti nel testo. Non so come fosse il manoscritto originale. Non so chi l'ha letto in Giraldi. Mi assicurano che non è stato richiesto denaro per la pubblicazione di quel titolo. Ma io, nei loro panni, con un materiale così potenzialmente valido, non avrei mai azzardato una pubblicazione senza prima un accurato lavoro di editing. È inammissibile. È una questione di rispetto nei confronti sia dell'autore (che si vede sputtanato in larga scala) sia del lettore (che si rovina la lettura). Dopo avere affrontato le prime sedici pagine ho scritto alla Giraldi Edizioni una velenosissima email tenendo traccia di tutti gli obbrobri grammaticali che mi capitavano a tiro e facendo presente che basterebbe assumere un buon editor per rendere il libro leggibile e persino gradevole. Tra l'altro trovo assai stupido questo disinteresse: se la storia è buona ma non vende perché è scritta male, l'editore perde denaro e credibilità. Quanto a Carlotta, invece, merita una seconda possibilità: è intensa e ha uno stile che, epurato dalle solite cadutine Santacrociane (ma quanti ne hai rovinati, Isabella?), potrebbe anche crescere e, perché no, prima o poi arrivare alla grande distribuzione. C'è molto lavoro da fare, ma le si dà fiducia, e intanto il suo prossimo libro uscirà a Ottobre con Eumeswil Edizioni. Pertanto, se vi capita tra le mani "Una lingua sul cuore", fatelo per me: cercate di non notare (lo so, non è facile) i refusi e godetevi la cascata di emozioni. E poi però, per favore, non comprate più Giraldi. Chi non sa lavorare in campo editoriale se ne stia a casa, non in tipografia.

September more... (Splinder, 30 agosto 2009)

So che questo post è già stato fatto dalla mia socia, ma non posso che quotare ogni parola: ogni anno, a Settembre, come lei scrivo la lista delle cose da fare. Quella dei buoni propositi, insomma. Cose del tipo "1 - finire la tesi di laurea!; 2 - iscriversi in palestra (e frequentare!); 3 - inviare curricula; 4 - fare ordine nella propria esistenza", e che ad agosto dell'anno successivo diventa inspiegabilmente "1 - vabbè facciamo il prossimo anno; 2 - vabbè facciamo il prossimo anno; 3 - vabbè facciamo il prossimo anno; 4 - il caos regna (cit. Lars Von Trier)". Ma perché? Vorrei essere come Paolo, che si alza alle 6, lavora fino alle 16, torna a casa, si cambia e va in palestra, torna a casa, si ricambia, fa da mangiare, pulisce e riordina, si fa la doccia, esce, sbevazza un po', torna a casa, fa del sano sesso, aggiorna il sito e già che c'è studia per il concorso, legge un libro e FINALMENTE, dorme. Ecco, non so proprio come faccia. È forza di volontà, ma anche resistenza fisica e psicologica. Forse dovrei noleggiare un padrone, come quelli sado-maso: lui mi ordina di fare palestra e io la faccio, se non la faccio mi frusta. L'unico rischio è che a lungo andare mi piaccia farmi frustare, ma non credo possa realmente accadere. In ogni caso semmai me lo cerco inguardabile così elimino anche la più remota possibilità.
Quanto al mio lavoro, mi piace, però non posso rinunciare ai contributi ancora a lungo. Mi pare lineare il ragionamento: se non finisco la tesi però non è che possa pretendere di trovare contratti migliori. Nemmeno dopo, è vero, però visto che ormai ci sono, magari chiudere 'sta maledetta porta???

Vabbè. Inutile questo post. Anzi, se ve lo perdete, tanto ne scrivo un altro uguale l'anno prossimo. O no? Si accettano scommesse ( ma voglio il 10%: sia mai che l'odore dei soldi sia un incentivo...)

Rewind (Splinder, 22 agosto 2009)

Sono capitata per caso sul blog di una ragazza molto coraggiosa, Anna, che sta facendo dell'esperienza traumatizzante dei cicli di chemioterapia un monito per andare avanti. Ammiro la sua forza, la sua determinazione a non perdere la speranza.
Leggere le sue parole mi ha riportato indietro. A quando la malattia la vidi negli occhi di una sorella (è questo che per me sei stata) ormai perduta. Mi sono chiesta che cosa farei io, se capitasse a me. Tutto mi riporterebbe a Lei, che aveva la stessa voglia di vivere di Anna, ma che si spegneva lentamente, giorno per giorno, davanti a me, sorridendo nonostante. A volte non ci penso, a Eleonora. Ma poi, all'improvviso, mentre giro lo zucchero nel caffé o sbircio una vetrina, o semplicemente guardo in alto il cielo, eccola di nuovo lì a ricordarmi quanto l'ho amata. Mi manca. Sono passati sedici anni ma è come fosse stato ieri. Mi rimane non poco, di lei: due splendide ragazze che le somigliano tanto e che, piano piano, stanno diventando piccole donne. hanno i suoi occhi, il suo sorriso, i suoi gesti. E forse non sanno quanto sono simili alla loro mamma.
Ma lo spazio vuoto che Lei ha lasciato dentro di me non si colma nemmeno con quell'amore. Il mio dolore è solo per Lei, e lo sarà fino a quando anche io non chiuderò gli occhi.

Miele di Castagno (Splinder, 04 agosto 2009)

Agosto mi mette in ginocchio. Sempre. Mette in ginocchio la mia voglia di relazionarmi, di uscire, di stare con gli altri, spesso persino con me stessa. Dovrebbe essere un mese di vacanza, di relax: invece è il mese più duro dell'anno, per tanti, troppi motivi.
Sto leggendo "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini. Affondo le mani in questa vasca di miele di castagno, densa, con un gusto dolceamaro, e mi sembra di sentire davvero quello che prova Gemma, la protagonista. Mi sembra di averla vissuta, la guerra a Sarajevo, oppure una guerra come quella, di averla vista e toccata e annusata. È una sensazione strana, che sa di ricordo più che di immaginazione.
È crudele questa lettura, si concretizza davanti a me come un monito. Eppure è ciò di cui ho bisogno. Non si può spiegare altrimenti questa sensazione di lenta e dolorosa pulizia dell'anima che mi accompagna ogni giorno, anche quando ho richiuso il libro.

Heal the World (Splinder, 31 luglio 2009)

Nel 1992 all'Earth Summit delle Nazioni Unite, una ragazzina, Severn Cullis-Suzuki, fece il discorso che l'avrebbe consegnata alla storia come "la ragazza che zittì il mondo per 6 minuti". Ad oggi, Severn è ancora una dei maggiori attivisti del pianeta, ha una laurea in Scienze Ecologiche e Biologia Evoluzionistica all'università di Yale, è portavoce ufficiale della fondazione David Suzuki (il padre, noto naturalista) e membro del Consultivo Speciale di Kofi Annan; durante il Summit  del Gruppo, tenutosi a Johannesburg nel 2002, ha presentato all'attenzione del mondo l' "Atto di Riconoscimento delle Responsabilità", documento ufficiale per la salvaguardia dell'ambiente. Il filmato che vedete qui sotto fa parte dei sei minuti di discorso che Severn fece al Rio Earth Summit del 1992.

Ascoltiamo, vergognamoci tutti, e riflettiamo: davvero i nostri figli sono in cima alle nostre priorità?

Gaudio! (Splinder, 28 luglio 2009)

Il mio racconto ha passato la selezione!!! S'intitolerà "Pietra e Carne" e sarà incluso nella raccolta "365 racconti erotici per un anno" edizioni Delos Books.
Felicità!

Lunedì 27 VS Venerdì 13 (Splinder, 27 luglio 2009)

La giornata di oggi è stata talmente nefasta che, tornando a casa verso sera, anche un guanto di plastica che giaceva per terra mi ha fatto il ditone al primo soffio di vento.

E non aggiungo altro.

La Fata non vuole sapere (Splinder, 17 luglio 2009)

Oggi, per puro caso, sono riuscita a colmare una grossa lacuna cinematografica guardando (dopo molti tentativi andati surrealmente a vuoto) "Le fate ignoranti" di Ferzan Ozpeteck.
Mi aspettavo un filmone di quelli che quando finiscono stai ancora lì mezz'ora a pensarci, a rimuginare, a rievocare; invece, mi è parso tutto troppo a pelo d'acqua. Fermo restando che Margherita Buy non mi ha mai emozionato (troppo freddina) e Accorsi me lo vedo ancora nella pubblicità del Maxibon (granèll, stracciatèll), pensavo che il regista sviluppasse un po' meglio personaggi e tematiche di per sé molto importanti: la menzogna salvifica, i segreti nella coppia, l'amore che non ha sesso e diventa universale. Invece la visione d'insieme è come un disegno a carboncino appena accennato, senza chiaroscuri definiti; una semplice bozza, non un capolavoro come si è detto. Superficiale il rapporto tra Antonia e Michele: non si delinea chiaramente il meccanismo che li attrae così tanto l'uno all'altra, pur intuendo che il denominatore comune è Massimo, marito di lei e amante di lui. Semplicemente, si sorvola sull'approfondimento psicologico, si butta molta carne al fuoco ma poi non la si griglia come dovuto; i personaggi minori potrebbero essere più interessanti ma non superano il ruolo di "caratteri" e fanno da contorno a una minestra sciapa e un po' retorica. Unici dettagli che mi hanno toccata: Gabriel Garko che parlando del suo grande amore dice "volevo tutto di lui, anche la sua malattia", traduce in parole tutta la potenza esplosiva di un amore violento e irreversibile fino all'autodistruzione; Stefano Accorsi che alla fine, quando Antonia è già partita,  lascia cadere il bicchiere (che secondo la tradizione si infrange solo quando qualcuno che ami se ne va per sempre) ma non lo rompe: Antonia non uscirà dalla sua vita,  perché l'amore non unisce solo chi si ama, ma anche chi ama.

Sì, be': che era un po' retorico l'ho già detto.

Ebbene sì (Splinder, 22 luglio 2009)

Lo confesso: ho inviato un racconto erotico (tutti: uuuuuuuu) a Writer Magazine per partecipare alle selezioni per un'antologia che conterrà la bellezza di 365 racconti, un anno intero, insomma. Se non fosse stato per Cristina Origone e Gabriella Saracco (due bravissime scrittrici che ebbi il piacere e l'onore di introdurre in occasione dell'uscita del libro a quattro mani "come tenersi un uomo/una donna per più di sei mesi", ed. Delos) non avrei mai partecipato. Cristina, che è stata un vero e proprio Mentore, è una persona che stimo non solo perché è una che sa scrivere (sembra banale questa mia affermazione? Non direi, non ce ne sono molti in giro che sanno scrivere bene, come lo intendo io, nota spaccamaroni in materia), ma per la voglia di fare, di mettersi in gioco. Gabriella, d'altra parte, è una dura: fissa lo sguardo all'orizzonte e va dritta verso la mèta; dopo aver letto il mio racconto mi ha mandato un editing fantastico.
Non so che fine farà il mio lavoro, anche perché il tema erotico è lontanissimo da quel che scrivo solitamente. Fatto sta che, però, è la prima selezione cui partecipo, e l'emozione, la tensione che sento è davvero impagabile. Ma perché non l'ho mai fatto prima? Me idiot! Il mio problema è sempre stato quello di non fidarmi troppo di me stessa, col risultato di perdermi un sacco di roba interessante.
Qualunque esito avrà per me quest'esperienza, a quelle due straordinarie donne va il mio "grazie" più sincero: l'avventura è bella nel suo svolgersi, molto più che nel concretizzarsi.

Parentesi Quadra (Splinder, 13 luglio 2009)

Ora che sul mio taccuino delle interviste c'è la dedica di Daria Bignardi, spero che porti buono e che non finisca a male parole con Brunetta e Travaglio. Specie con Travaglio. Brunetta in effetti lo insulto già da un po', anche nel sonno.

Shut Up (Splinder, 03 luglio 2009)

No, non scriverò niente sulla morte di Michael Jackson. A meno che non me lo chieda lui.


(in realtà ho già scritto fin troppo in altra sede. Ora scusatemi, ma ho promesso a Elvis di chiamarlo prima delle 22.00)

FIERI, anche il giorno dopo (Splinder, 28 giugno 2009)

Oggi c'è aria di normalità, assai più del resto dell'anno.
Sarà che finalmente vedo uscire mano nella mano certi amici che di solito non lo fanno mai, per paura di trovarsi soli nel pregiudizio. Oggi è diverso: siamo tutti uguali.
Ma io vorrei dire a tutti questi amici che uguali lo siamo tutti i giorni. Non ha senso sentirsi liberi solo un giorno all'anno e magari in una città che non è tua. Bisogna camminare mano nella mano anche domani, bisogna fermarsi all'ombra e guardarsi negli occhi, baciarsi senza pensare a quel che diranno di te gli altri, proprio come hanno fatto due ragazze poco fa, a De Ferrari, con lo sguardo profondamente innamorato. Ma poi, chi sono questi 'altri'? Estranei. Io non chiedo agli estranei chi si portano a letto, perché debbono farsi i fatti miei? Finché ci nasconderemo a causa di ciò che siamo, trasmetteremo il messaggio sbagliato. Siamo esseri umani pieni di difetti allo stesso modo, abbiamo il sacrosanto diritto di camminare e baciare e sposare chi vogliamo, paghiamo le tasse, lavoriamo tutti. Ci amiamo tutti. Qualcuno dirà: la pride parade è una carnevalata. E io rispondo: a parte il fatto che non è del tutto vero, se vi scoccia tanto il travestimento abolite il carnevale di febbraio, allora. Perché quella è oramai una festa vuota, senza più un messaggio, mentre alla parata gay ci vado anch'io perché non voglio che mio figlio o mia figlia possano mai venire al mondo in un posto dove si sentano sbagliati e ospiti solo perché agli altri non piace chi amano.

I miei figli dovranno sentirsi liberi. Io li voglio e li pretendo LIBERI.


Gay Pride, Genova, 27/06/2009

Dove abitano le Muse (Splinder, 25 giugno 2009)

C'era una volta. Purtroppo le idee migliori sono spesso vittime dell'ignoranza comune. Il popolo non sempre ha la meglio sull'oligarchia di "benpensanti". Eppure, di buoni pensieri personalmente non ne ho mai visto molti, specie rispetto a quella categoria. Io mi ricordo, dacché sono a spasso per il mondo, di averlo sempre visto quel locale in Via della Maddalena a Genova. Ricordo di avere sempre notato un certo movimento di giovani, universitari per lo più; mi piaceva immaginarli tutti artisti. E, magari, lo saranno anche stati, visto che la fama che seguiva quell'insegna lo etichettava come un importante avamposto culturale.
Le gestioni sono state numerose; ma tutte hanno sempre seguito un fil rouge, una specie di "filosofia Madeleine", che ha sempre dato la precendenza alla cultura, alla musica e all'arte, un vero e proprio cammeo nel centro storico genovese. Nel 2007, ad opera di 7 (sette, dico, sette, voglio dire: sette) firme contro le 3000 (tremila, dico, tremila, voglio dire: tremila) che si erano schierate dalla parte del locale e della gestione di allora, La Madeleine Cafè morì. Morì proprio, smise di respirare, collassò su sé stessa e spirò. Si rifiutò persino di farsi riaprire sotto altra veste che non fosse quella che aveva sempre avuto, dal momento in cui nacque.

Tutto questo per dire che ieri, girando per Camogli, ho riconosciuto lo spirito del Madeleine Cafè, il suo cuore palpitante, e l'ho visto al "Dragun Pub", un posticino che ha gli stessi colori, lo stesso profumo, un pianoforte e delle chitarre a disposizione per gli avventori, libri sui tavoli che chiedono solo di essere sfogliati, tavoli dipinti e dipinti alle pareti, un solo proprietario, dall'aria semplice, genuino, affabile, cortese e ispirato.
Ispirato, giuro, proprio da quel Madeleine Cafè Teatro che non c'è più, da quel pensiero libero che per primo ebbe chi gli diede vita.

Evidentemente avevano ragione i buddisti: l'anima si reincarna. O forse sono solo le Muse che scelgono dove abitare ogni volta che qualcuno dà loro lo sfratto.


[Ditemi voi, se non vale la pena di passarci:
http://www.camogli3d.com/sponsor.asp?id=l_dragunpub]

E c'è in Andalusia un fiume che mi tocca il cuore... (Splinder, 09 giugno 2009)

A volte mi scopro a pensare che se facessi l'impiegata in banca non dovrei avere un infarto ogni volta che qualcosa non torna al lavoro, né spararmi le ore di sole chiusa in segreteria a zittire marmocchi che si perdono il costume di scena.
Però poi succede che la direttrice lasci la porta dell'aula aperta mentre prova il suo balletto, e che la voce di Lola Ponce arrivi più forte del solito alle mie orecchie e a quelle delle ragazze del corso di moderno; succede che allora ci avviciniamo piano piano tutte, per vedere come stanno lavorando le ballerine classiche.
Succede che la coreografia è talmente bella e talmente in sintonia con le parole della bellissima canzone dal "notre dame de paris", che ti spuntano le lacrime agli occhi.
E allora davanti alla bellezza dell'arte, davanti al lavoro duro di tanti ragazzi e alla bravura delle insegnanti, al loro amore per la danza, ecco, davanti a tutto questo, esco da quella scuola convinta che non avrò la tredicesima, ma sono molto, molto più fortunata di qualsiasi impiegato a tempo indeterminato che un momento del genere non lo vivrà mai durante l'orario di lavoro.



Aaadrenalina, aaadrenalina! (Splinder, 24 maggio 2009)

Sto letteralmente impazzendo tra le ansie per lo spettacolo di fine anno al lavoro e il calendario di presentazioni editoriali e mostre extra che sto stilando insieme alla padrona del nuovo circolo culturale che ha appena aperto nella mia città. L'adrenalina (come da titolo, ma cantata sulle note di Rettore) è a mille giri, sto rischiando il collasso, specie per il numero delle tazze di caffè consumate al dì che sta salendo, ma sono soddisfatta. Finalmente poche ciance e molti fatti. Niente "poi ti dico", ma "ora e subito". Il casino è mettere d'accordo tutti gli autori e non pestare i piedi agli amici che stanno organizzando altri eventi nello stesso periodo. Per il momento ci stiamo coordinando, in modo da poter presenziare gli uni agli impegni degli altri.
È una corsa contro il tempo, ma collaborare è DAVVERO possibile. Senza danneggiare nessuno, senza farsi concorrenza. Non è poco, considerando che alla fine siamo sempre gli stessi a mettere in piedi manifestazioni. Lo facciamo gratuitamente, per amore della cultura. Io però voglio riuscire a creare una realtà qui, nella mia città, qualcosa che manca. Mi dedico nel tempo libero a questo perché  è un obiettivo in cima alla mia lista. Fin'ora ho ricevuto soddisfazioni anoressiche e delusioni obese. Dico sempre "questa è l'ultima volta", ma poi ci ricasco! Mi spinge qualcosa che sento dentro, e che - è ormai evidente - non riesco a far tacere.
Fatemi un "in bocca al lupo", TEMO che ne avrò bisogno.

Aggiornamenti hi-tech (Splinder, 20 maggio 2009)

Perdonatemi la latitanza, purtroppo è un periodo ricco di novità e zeppo di scadenze, e mi è difficile sedere al pc solo per conversare un po'... il senso di colpa mi spinge a finire ciò che devo e posticipare qualsiasi altro impegno personale. In ogni caso, ora ho giusto due minuti per raccontarvi un po' come si è risolta l'odissea hi-tech che avevo intrapreso con l'assistenza Packard Bell. La buona novella è che ora vi sto scrivendo da un nuovissimo e stylosissimo HP Pavilion, che Mediaworld mi ha gentilmente permesso di prendere in cambio del vecchio pc senza spendere una lira: il difetto che mi costringeva a riportarlo al negozio una settimana sì e l'altra pure a quanto pare è dovuto alla fabbricazione e io ho diritto a un rimborso totale. Quando ho visto questo sottilissimo e leggerissimo portatile mi sono innamorata a prima vista, e l'ho scelto per la permuta. Che ne pensate?

Non è un amore??? :)  Purtroppo qualcosina in più ho dovuto sborsare, perché il mio vecchio modem si è rifiutato di farsi installare su questo gioiellino; alla fine però ne è valsa la pena, perché ora ho un portatile funzionante, féscion e un modem wireless che mi permette di bloggare anche dalla vasca da bagno, hehehe. Mica male in fin dei conti, no? ;)

Constatazioni (Splinder, 13 maggio 2009)

Renato Brunetta e Beatrice Borromeo sono la prova che esiste par condicio anche per l'elezione di Mister e Miss Facciadiculo.

Soddisfazioni (Splinder, 12 maggio 2009)

Quando, dopo una riunione di redazione di routine, torni a casa dopo la mezzanotte e, nonostante l'ora tarda e la stanchezza accumulata durante la giornata, hai ancora voglia di ragionare con i colleghi stimati su ciò che si è detto e di sederti al pc per buttare giù quanti più concetti hai a frullarti nella testa, allora significa una cosa sola: che il giornale dove scrivi è quello giusto.

Reincarnazione (Splinder, 1 maggio 2009)

Il primo della lunga serie fu un cellulare di una nota e affidabile marca finlandese (chissà chissà).
Dopo una notte passata (spento) in ricarica, come da manuale, lo accesi per constatare che il software non caricava: schermo bianco latte. Al negozio non me lo cambiarono, nonostante ne avessi pieno diritto (ma questa scoperta la feci troppo tardi). Lo mandai in assistenza, fortunatamente in garanzia: me lo restituirono dopo una quindicina di giorni, ma il problema persisteva. Lo riportai allora in assistenza. Dopo altre due settimane tornò a casa, ovviamente presentando lo stesso problema. Finii per litigare col padrone del negozio, che a quel punto (attenzione: SOLO a quel punto) si occupò di risolvere la questione.

Poi, nel settembre scorso, si bruciò la scheda video del mio portatile: dramma, perché non avevo un pc fisso e dovetti chiederlo in prestito al mio fidanzato che se lo portò in spalla attraverso mezza città ed ebbe anche la pazienza di montare quello che mancava. Ottimo tower, tra l'altro: velocissimo e di ultima generazione. Senonché, cominciò una trafila che mi portò via ben otto mesi in attesa di vedere il notebook  in questione tornare a casa. Me lo restituirono, per la precisione, la settimana scorsa.

Oggi si è ripresentato lo stesso problema che a Settembre mi aveva costretta a rivolgermi all'assistenza. Sul foglio di resa leggo "sostituzione della scheda madre". Mi faccio una risatina isterica.

Mi vedo, in una vita passata, a girare per qualche borgo medievale predicando l'inferno a chiunque avesse ascoltato le farneticazioni di Messere Leonardo, che pretendeva di predire che l'uomo, un giorno, prendendo spunto dal suo progetto, avrebbe volato. Tsé.

La tecnologia mi sta decisamente punendo.

Ogni Corona al suo Re (Splinder, 25 aprile 2009)

Ieri sera Daria Bignardi ha intervistato Fabrizio Corona durante la puntata de "L'era glaciale". È stata la prima volta che mi è parso di vederla in imbarazzo. Un imbarazzo dovuto non alla perdita delle redini dell'intervista, quanto - a mio parere -  allo sgomento davanti a una persona così fredda e calcolatrice. Un uomo che riesce a usare sé stesso per fare soldi, a che punto è arrivato? Sono sempre stata convinta che fosse più "facile" (concedetemi l'espressione) usare gli altri, per chi non si fa tanti problemi. Ma chi arriva a strumentalizzare persino la propria immagine per denaro, ammettendolo con lucidità e senso degli affari, è inarrestabile. Non c'è nulla che possa metterlo in crisi, perché la soglia l'ha superata da tempo. Mi spaventa lo sguardo di quell'uomo e insieme mi affascina la determinazione che lo muove. Vuole diventare un mito, forse è già riuscito nell'intento. Muove le pedine in modo da uscirne pulito, almeno formalmente. Dietro a tutto questo c'è una sete immensa di fare soldi e una strategia curata nei minimi particolari. Fortuna che non è un serial killer: sono certa che sarebbe in grado di organizzare il "delitto perfetto" che nessuno è mai riuscito ad attuare. Brividi.

Blogger si nasce... o si diventa? (Splinder, 24 aprile 2009)

Facendo un giro per i blog che si trovano nella rete mi sono resa conto che certe regole non dette valgono praticamente ovunque, di qualunque piattaforma si tratti.
Anzitutto, che il colore del layout è fondamentale: io stessa, passando dal nero al chiaro, mi sono accorta che le visite sono inspiegabilmente aumentate, cosa che non ha assolutamente senso visto che sono sempre io a scrivere. Poi, che le blogstar sono commentate per lo più da gente che vuol fare sapere che è follower ma che, alla fine, non dice nulla. Inoltre, che i direttori di testata che hanno un blog diventano blogstar pur scrivendo cose noiosissime. Faccio un esempio: il blog di Gianluca Dini, direttore di Vanity Fair, è seguitissimo; se però io scrivessi le cose che scrive lui lì sopra penso che non mi commenterebbe nemmeno mia madre. Questo non dipende dalla sua bravura giornalistica, chiaro: semplicemente, il blog non è il mezzo di comunicazione che lo rappresenta di più. Per bloggare bisogna sentirsi dentro la spinta a scrivere i fatti propri e i propri pensieri, bisogna sentire la propulsione alla polemica e al flame. Eh. Non serve essere giornalisti: è un fatto di innatismo della comunicazione.
Rispetto al social network il blog è oro: almeno, se vuoi farmi complimenti o preferisci mandarmi a quel paese, puoi usare la fantasia. Se è ancora di moda!

E faccio quello che a voi non viene concesso (Splinder, 22 aprile 2009)

Dopo vent'anni riesco a bere qualcosa con colui che, tra tutti i miei compagni di classe, rappresentava il mio alter ego maschio, e il trauma di vederlo cresciuto, barbuto, capelluto non è nulla messo a confronto con quello che in un lampo mi provoca rendermi conto che, tutto sommato, a sei anni potevo anche piantarla di fare quella che le fanno schifo i maschi. Ma tant'è, non imbroccarne una è la mia specialità.

Sicché si beve questa fantomatica birra e si ragiona di quanto si è cambiati. E mi rendo conto che concordo con il punto di vista del mio amico ritrovato: i nostri compagni di scuola "sentono il tassametro correre", per citare le sue esatte parole. E allora giù con pannolini, biberon e vestitini taglia micron.
Pensandoci, che c'è di strano? Uno studia, trova lavoro, poi incontra una persona che corrisponde almeno in buona parte all'idea della dolce metà ideale: e allora mette su casa, si sposa, apre un conto in comune con il coniuge, comincia a studiare dove posizionare la camera dei bambini e si impegna come un matto nel processo di procreazione finché non riesce nell'intento. Io salverei solo quest' ultima parte, ma senza procreazione, ecco.
Ultimamente sto a guardare tutti fare questa fine e mi chiedo perché continui a sentirmi ancora dall'altro lato della barricata. Un po' come quando si finisce il liceo, eppure ci si trova in imbarazzo se si incontrano per caso gli ex-professori.

L'idea di un esserino che dipende da me in tutto e per tutto mi terrorizza: non ho mai preso in casa un cane né un tamagotchi perché avevo paura di ritrovarli entrambi stecchiti il mattino dopo. Non avrei retto il peso della mia totale incapacità di occuparmi persino di un software. Figurarsi un bambino. Non mi affiderei nemmeno mio figlio, se potessi.

Da piccina giocavo a fare la mammina, ed è durata molto: chissà quando sono cambiata. Forse è tutta questione di ingoiare esperienze, come nel videogioco di Miss PacMan: devo aver mangiato ancora troppo poche pillolone, per desiderare di saltare al livello successivo. Il fatto è che non sono mai sazia, e il Game Over mi spaventa.

Nell'incosciente non c'è negazione (Splinder, 17 aprile 2009)

Ho sentito un'esplosione. Mentre osservavo dal filtro di uno schermo freddo le immagini di una disperazione senza parole, ho sentito il suono di uno schianto dentro. Quando si squarcia la corazza il rumore è quello del mare che si infrange sugli scogli, il dolore che si prova possiede la stessa violenza. In quell'onda gigantesca dentro me stessa, in quell'attimo, c'era tutto: quello che provo, quello che comprendo di provare, quello che leggo negli occhi altrui e il suono di ciò che mi viene detto, quello che non vorrei pensare e quel che invece mi scopro a pensare; tutto, e senza il minimo avviso, si è infranto dentro di me. Ho perso il controllo, e sono scoppiata in lacrime. Sono fatta di una fibra che può sembrare elastica, ma non è immune agli squarci. Dentro non capisco più dove debbo andare e che cosa devo fare. E il dolore, che sia quello di uno sconosciuto o il mio che è rimasto in silenzio per così tanto tempo, non si distingue più.
Per un interminabile attimo, sono annegata.

Pensieri di un presunto sognatore (Splinder, 29 marzo 2009)

Luciano Manzalini è un tipo che, se non riconosci, non noti tanto facilmente. E' talmente magro che è facile passargli accanto e non notare la sua presenza. Non è nemmeno uno cui piace parlare molto. Però quando lo fa è talmente affascinante che vorresti continuare a sentire cosa ha da dire, per ore.

Luciano è una "Poesivendola", una persona che vende, o meglio, regala poesie. E' una dote spontanea: appena ti vede rima in versi la sua impressione di te e te la restituisce attraverso il suo filtro fuori dal comune.

Luciano è un comico. Ma è molto di più, è uno scrittore a pieno titolo, anche se si autodefinisce "presunto". Spontaneamente coniuga vita e sogno, commedia e tragedia, per citare il giornalista Michele Serra, "sempre sospeso tra la presenza del tragico e l'immanenza del buffo".

Al pari di quelle di uno Jodorowsky, le visioni di Manzalini sono esperienze surreali che vanno al cuore del senso della vita senza descriverla, forse sognandola, con un linguaggio a metà tra gioco e paradosso, à la Campanile, insomma; irresistibile, fatto di un umorismo fine e intelligente, colto ma alla portata di tutti.

Ci sono persone che sono in grado di regalarti sé stesse con poco: una frase, una battuta. Luciano è senz'altro tra queste.

"Calcolo con zelo la distanza tra me e il cielo.

Da qui a là, precisa immensità"

Mutatis Mutandis [laddove io capisco "cambiati le mutande"] (Splinder, 16 marzo 2009)

Sulle figure di cacca potrei scrivere un trattato di trecento pagine, perché, in determinati momenti e con certe persone, sono una vera calamita. Dovete sapere che metà del globo terracqueo è dalle mie dichiarazioni spinto a credere che sia stupida, l'altra metà invece che "ho una bella testa".
In medio, io.
Nel senso che ho i miei momenti di flop e di top intuitivo, ma non sono l'una o l'altra cosa, fatta eccezione per una categoria (su tutte, ossia quella che secondo me non ha alternativa nel pensare che mi manca qualche rotella): i medici, e primo in classifica il mio dentista.
Ogni volta che ci vediamo, sarà perché associo la sua faccia al trapano, sarà perché di solito l'appuntamento è in mattinata (per ulteriori dettagli vedere post precedente sul rincoglionimento prolungato da risveglio), macino una figuraccia dietro l'altra; non capisco le domande che mi fa e rispondo a vanvera, gli dico una cosa e poi subito dopo mi contraddico, faccio una battuta e lui non ride... cose così. Ormai è assodato che, se qualcuno dovesse fare per caso il mio nome, lui si limiterebbe a scrollare in silenzio la testa, senza proferire parola ma con lo sguardo con cui si compatisce un malato terminale.
Ieri pomeriggio sono scesa con il mio fidanzato a prendere un caffè. Facciamo due chiacchiere, paghiamo, mentre esco con la coda dell'occhio vedo un tipo con la barba di due giorni, il capello arruffato, il giubbotto sgarruppato che mi fa "ciao!". Penso: ecco, un molestatore, lo sapevo. Mi volto, ma non lo metto a fuoco, rincaro la dose: "sarà slavo? non è italiano... ca**o vuole???" al che guardo di sfuggita gli altri tre che sono con lui e penso "mmiiii che facce!!!", e in una mezza frazione di secondo imbocco l'uscita, giusto il tempo di sentirmi chiamare per nome dall'altro. Mi volto e stavolta lo guardo meglio. Inutile dire che era lui, il mio dentista. Con gli amici fighètti. Lui, che non ho mai visto con un capello fuori posto e invece ora sta lì, col sorriso ebete (ma perfettamente allineato e ultrawhite) a guardarmi, come per dire "haha te l'ho fatta anche stavolta". Ora, la mia figuraccia potrebbe anche fermarsi qui, ma io sono una perfezionista e non mi accontento di fare un semplice smarroncello, no, io voglio lo Smarronus Maximus, e aggiungo, ridendo (col dente giallino, avendo appena ingollato un caffè alla cannella): "haaahahahaha scusa! Sono abituata a vederti col camice PULITO!"

Fiiiiiùùùù, il vento soffia, passa un gomitolo di fieno, tutti trattengono il respiro.

"Beh" risponde imbarazzato lui, "sono un po' in disordine ma perché ho fatto un giro in moto", che tradotto nel pensiero che rimbalzava certamente nella sua testa diventa "ma... ma... ma come si permette??? Poverina, è proprio scema. Non si accorge nemmeno delle cose che dice, altrimenti starebbe zitta. Da un lato mi fa pena: speriamo che i miei figli non debbano mai passarci. Dev'essere dura".

Con la scusa che "mh, si è fatta una certa", esco veloce dal bar, nascondo la faccia nel cappotto del mio uomo che, ormai, ha capito che in certi casi l'unico modo per distrarmi è uno soltanto.
Allora fa un sospiro, mi cinge il braccio intorno al collo e mi chiede col sorriso congelato "dài, parlami un po' del libro di Morgan, com'è com'è???"

Ché a lui, di Morgan, non gliene importa proprio una pippa.  Ah, l'Amore!

Di ventotto ce n'è uno, tutti gli altri ne han... (Splinder, 09 marzo 2009)

E così ci siamo quasi, a trentuno. Quel numerino in più basta a sbilanciarmi e allontanarmi  dal mondo dei gggiovani per categorizzarmi definitivamente in quello degli adulti seriosi e monotoni. Cheppalle.
In effetti i segni della vecchiezza incipiente (e precoce: sono trentuno, mica settanta, eppure) si fanno sentire. Ad esempio, quando avevo vent'anni la mattina ero bella sveglia e tonica. Mi bastava un caffettino e cominciavo a macinare stronzate già alle otto. Ora invece mi perdura sulla faccia un ghigno che è un mezzo sbadiglio e l'espressione rincoglionita almeno fino alle tre del pomeriggio. Poi comincio a rodare. Ma prima mi sento una comparsa de "Il ritorno dei morti viventi". Anche per via delle occhiaie, che non dovrei avere, dal momento che non vado mai a dormire tardissimo. E anche questo la dice lunga su come siano cambiati i miei ritmi: solo quattro anni fa mi sparavo le sei del mattino il venerdì, il sabato e qualche volta anche la domenica; una volta sono tornata a casa alle otto, ho fatto la doccia, mi sono vestita, sono piombata sulla poltrona a sonnecchiare un'oretta e sono andata al lavoro (il turno iniziava alle 10,00). Pimpantissima. Tutto ciò che prima della trentina aveva il prefisso IPER ora lo ha cambiato in IPO. Tutto tranne il mio peso, che invece ha subìto il processo contrario, ma ci stiamo lavorando con buoni risultati e svariate centinaia di euro in meno nel portafogli.

Qualcuno ha suggerimenti per ritardare gli effetti boomerang dei compleanni, a parte continuare a mentire sull'età???

Memento Meminisse (Splinder, 02 Marzo 2009)

Dietro suggerimento di Pulsatilla  sto leggendo "Domani niente scuola" di Andrea Bajani, un reportage sull'esperimento dell'autore che prova a infiltrarsi in tre scolaresche diverse in gita per raccontare i giovani da vicino; mi piace seguire i consigli dei bloggers, spesso ci azzeccano: difatti Bajani, oltre a scrivere molto bene, è insieme acuto e divertente.

Non voglio entrare nel merito del libro per non creare un post sul post di qualcun altro (e anche perché la recensione integrale, semmai, la pubblicherò in altra sede ben più consona alla materia), ma debbo dire che quel che mi ha colpito di più è la forte similitudine tra queste gite e quella che feci io a Praga (e te pareva) nell'ormai lontano 1995. 

Di quel viaggio ricordo tutto, persino gli odori: il pane morbido e il gulasch, l'aria frizzante di neve fresca, l'aroma di tabacco nell'aria. Ricordo anche il sorriso della signora bionda che stava alla reception del nostro albergo e che una sera, mentre tutti gli altri erano in giro per la città (prof compreso) e due di noi a far compagnia a una dei nostri con la febbre, ci preparò un toast improbabile con qualcosa di non perfettamente identificato che per comodità chiamerò formaggio. Ma non sono sicura lo fosse davvero. In ogni caso: fu una bella esperienza, compagni di classe fetenti a parte.
Perché quando te ne stai sui banchi di scuola ti permetti voli pindarici solo con il pensiero, ma poi, concretamente, devi tornare a casa dove ti considerano un ragazzino e pensare a studiare per non attirare le ire dei professori, che ti considerano un ragazzino; non hai veramente un tuo spazio dove poter allargare le braccia tanto da espanderti in tutte le direzioni: c'è sempre qualcosa o più spesso qualcuno che limita i tuoi movimenti. E sebbene la gita crei di per sé una situazione analoga (anche se tenti di ignorarli i professori ci sono, e ti seguono molto, molto attentamente), la sensazione è quella di essere solo, e per la prima volta davanti al resto del mondo. Tu e la Città. Tu e la Gente. Nient'altro. Nessun altro.

È come dare un morso a quello che ti aspetta, alla vita adulta: e non c'è sapore migliore di quello che ha la  libertà quando è ancora da conquistare.

Bioritmi (Splinder, 26 febbraio 2009)

Mi sono resa conto che a vent'anni, quando guardavo Ally McBeal, tifavo per lei e per Billy, il suo grande amore e, quando nel corso delle ultime puntate della serie lui ci riprovava con lei, applaudivo.
Ora, rivedendo le stesse puntate, mi sento infastidita e il mio sostegno inconscio va alla moglie di lui, Georgia, tradita per la sciacquetta (che, come dice la mia amica Grace, ha la "faccia da mu**a", e secondo me ha ragione).

Sarò già in una fase biologica irreversibile che mi impedisce di immedesimarmi in una giovane amante?

Citando ilPeggiore: "portatemi un secchio di averna con ghiaccio"

Sliding Doors (Splinder, 25 febbraio 2009)

Non so perché è successo. Ma ricordo il momento esatto, con precisione, come una foto appena scattata. Nel mio giardino, ho alzato gli occhi al cielo, sospirato, e in un attimo ho cancellato il mio futuro.
Mi domando, se avessi preso il treno che mi stava aspettando, che cosa sarei ora, chi sarei.
Tempo fa ho scoperto che una mia cugina non troppo stretta sta facendo la vita che avrei voluto fare io: un lavoro in comunicazione per un'azienda importante, la casa a Milano, un matrimonio. Beh, quest'ultimo forse non avevo progettato di realizzarlo. Però tutto il resto sì, e ho rinunciato prima ancora di cominciare. Mi sono sentita come derubata, anche se la colpa è solo mia.
Il fatto è che se riuscissi a sentire che ne vale la pena, concluderei questo percorso sbagliato e ricomincerei tutto daccapo.
Chissà che sta facendo la me stessa che è riuscita a salire su quel treno.

Se lo dici tu... (Splinder, 22 febbraio 2009)

Padre: "Ehehehe, io sono come Berlusconi!"
EncreNoire: "dato che non credo tu intenda economicamente, perché mai?"
Padre: "Perché tutti lo criticano, ma alla fine lo votano!

...

Festivale o Carnevale? (Splinder, 18 febbraio 2009)

Ma sì, ma finiamola anche di parlare di Povia. Chi è Povia?  E' uno che si arrampica sugli specchi, come tanti altri, per negare di non avere attitudine all'arte. Luca era gay. Beh? C'è anche chi era etero, e ora non lo è più. Che significa? Ve lo dico io: che nel 2009 abbiamo ancora bisogno che arrivi un Benigni a spiegarci quello che è palese e naturale. Che vergogna.

In-land Empire (Splinder, 16 febbraio 2009)

A proposito di posti bui e lati oscuri, ho appena terminato di leggere l'ultimo lavoro di Barbara Baraldi, una scrittrice emiliana molto in gamba e dalla fantasia inesauribile.  "La casa di Amelia" è il seguito de "La Collezionista di Sogni Infranti", che ha visto la luce pressappoco un anno fa.

Non ho mai amato il sequel per definizione: non credo nel potere delle storie che vengono spiegate, ciò che impressiona al primo colpo dovrebbe conservarsi nella propria verginità originaria per non risultare sciupato né sminuito. Continuo a pensarla così anche dopo questa lettura che, pur rovinando l'idea che mi ero fatta del suo primo atto, mi è parsa molto più "densa" e intimista, più matura e curata.

Non è questa la sede per parlare del libro, tuttavia metto da parte un pensiero: ciascuno di noi abita "La casa di Amelia": è la dimora dei nostri pensieri dove, se vogliamo, possiamo chiudere a chiave tutte le porte e nasconderci al buio, in attesa che passi la paura. Non esiste altro luogo dove abbiamo più potere, dove i nostri riti riescano davvero a placare ansie e timori; ciò che risiede dentro di noi modella a suo piacimento quel che sta fuori e ne cambia persino i colori. Ci condanna o ci assolve, ci rafforza o ci uccide.
In questo, forse, sta la chiave:
"Non serve guardare altrove, per trovare quello che abbiamo dentro".

Ricominciare (splinder, 14 febbraio 2009)

Voltare pagina, non significa sempre allontanarsi da qualcosa, o da qualcuno.
Voltare pagina è anche mettersi in gioco di nuovo, ma senza un passato.
Senza lo sguardo di chi, annoiato, ormai pensa di sapere tutto di te.
Non si impara mai tutto, sulle persone. C'è sempre un lato oscuro che regola le scelte di ognuno di noi.
Il mio lato oscuro, al contrario di quello visibile, è chiaro.

Non l'avreste mai detto, eh?
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