23 dicembre 2009

se ti chiama Babbo Natale

Che il Grande Fratello non fosse tanto in tv quanto nelle nostre case è sempre stato un sospetto, ma ora posso dire di averne la certezza. Stavo intrattenendo col mio amico Paolino una di quelle telefonate in cui l'argomento principale ve lo potete degnamente immaginare, a un certo punto sento uno strano "click".
Paolino : hai sentito?
Io: sì, hanno tirato su il telefono da te.
Paolino : ma da me non c'è nessuno tesoooro, dev'essere da te!
Io: ma no, non c'è nessuno a casa, solo io... [pensa] AAAAAAAAAAAAAA [volume 18] MAGARI È UN LADRO!!!
Paolino : ma nooo figurati, alle 10 del mattino con te in casa???
Io: AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA allora è un fantasma!!!
Paolino : la cosa più ovvia! Magari è il tuo regalo di Natale, che so, un bel maschioneee
Io: AAAAA ahaahhahahaha ahuhauhaua MAGARI È BABBO NATALEEEEEEEEEEEEEEEE
VOCE: Signorina ENCRE, allora è arrivato Babbo Natale???
Io: ...
Paolino : ...
VOCE: è la TE.LE.COM signora, allora, la linea funziona ora?
Io: ...gh lk llk wq lplp kjk
Paolino: ...
VOCE: be' direi di sì! Bene. Da quanto va?
Io: [serissima] due giorni, direi.
VOCE: Bene! Allora buone feste eh!
Io: ...bn mplklk jjhl [trad. anche a lei!!!]


Adesso chi mi prendeva in giro perché parlavo col signor Vo.da.fone ci crederà???

18 dicembre 2009

Se i fantasmi continuano a bussare

Ci sono delle porte che non sono mai veramente chiuse. Sono un po' accostate, e ti dispiace essere stato proprio tu a sbatterle in faccia alla persona che c'era dietro. Quando si hanno vent'anni sembra tutto così nitido, definito. Io vedevo tutto secondo la mia scala di valori, di sofferenza, di gioia ignorando i motivi che gli altri potevano avere nel credere in un'altra completamente diversa. Crescendo mi sono trovata a chiudere molte porte, alcune solo per fuggire all'angoscia dovuta a un amore ai confini del morboso, altre invece perché era necessario, altre ancora per rabbia. Una di queste è rimasta ancora lì, socchiusa, a ricordarmi di essere stata troppo presa dai miei sentimenti per capire tutto quello che la persona dietro di essa stava passando. Il dolore di non poter parlare con nessuno, se  non con me, di quel che era; la difficile accettazione di sé, di certo non adiuvata dagli amici, che lo deridevano. Il terrore che i genitori lo venissero a sapere. Sono stata cieca, forse perché troppo innamorata. Per delle bugie, che oggi vedo come l'estremo tentativo di negare a sé stesso la realtà, ho chiuso quella porta. "A volte si può anche perdonare", mi disse, "a volte si può evitare di dover sempre chiedere scusa" risposi, e non lo rividi mai più. E sono ancora a cercare il suo, di perdono, perché quando l'ira si dissolve è l'affetto che mantiene il senso di legame, nient'altro, anche a distanza, anche dopo tanti anni, e altrettanti tentativi di recupero andati a vuoto.

7 dicembre 2009

Chiambretti life


Per la serie "dissertazione sui massimi sistemi", ho partorito un pensiero profondo come il mio bidet. Venerdì sera mi sono messa la sveglia per riuscire a vedere su italia uno "Moonlight", un telefilm sui vampiri, ma fatto veramente bene, non come quello a cui la Meyers ci ha abituati fin'ora, bensì una sorta di mix tra "Moonlighting" (occhio che non ho scritto male, si tratta di un capolavoro anni '80-'90 che lanciò, insieme a Cybil Sheperd, il magnifico Bruce Willis),"Intervista col vampiro" (e qui spero di non dover spiegare), e "Superman". Peccato che mediaset abbia spostato al suo posto "Chiambretti night" senza preavviso e invece di vedere Mick St.John e Beth Turner ho assistito all'esibizione di Maurizio Arcieri e Cristina Moser; il che poteva anche andare bene visto che sono amici, ma io volevo proprio vederlo, quel telefilm. E così ho capito il significato profondo dell'insegnamento.
La vita è proprio così: tu ti aspetti da lei Alex O'Loughlin, ma ti regala quasi sempre Piero Chiambretti.
Son cose.

23 novembre 2009

Anche il 2012 ha i suoi vantaggi [SPOILER...?]

Ieri sono andata a vedere insieme al fidanzato "2012", principalmente perché sono una fifona e prendere in giro le americanate catastrofiste mi piace, mi diverte ed esorcizza il mio proverbiale terrore nei confronti di terremoti e tsunami.
Mi aspettavo un film incentrato sulla Natura che si ribella, invece mi sono trovata davanti a un enorme videogioco, tanto che a un certo punto ho cominciato a pensare che di lì a poco sarebbero arrivati i Transformers e il film avrebbe cambiato trama. Poi è diventato anche un po' umoristico grazie a una comparsa che chiameremo "Kovalsky" per via della teoria di Stefano secondo cui in ogni film Americano catastrofista c'è uno di colore che salva tutti e poi muore (lo Scienziato, in "2012", però non muore) e un eroe un po' strano con un nome slavo ("Kowalsky", appunto) che capisce tutto in tempo ma muore e basta. Secondo me somigliava più a Garibaldi, ma tant'è. Nel corso del film ho seriamente temuto che mandassero in onda una puntata di Voyager e che facessero fuori Giacobbo (no, scusate, questa era una speranza) perché aveva svelato il piano di fuga dei governi, con commento di Enzo Braschi intervallato dalle dichiarazioni dell'ultimo discendente Maya mentre sottolinea che "no, non è vero che è la fine del mondo, solo che lasciamo questo corpo e diventiamo energia", che a casa mia vuol dire "schiantano tutti" ma in modo assai più gradevole. Insomma, sempre la solita sbobba.
Un merito a Emmerich, però, va proprio dato. Sempre che possa esistere uno spoiler in una sceMeggiatura del genere, vi avviso: se volete vedere il film, non proseguite oltre nella lettura.
Scena: I G8 sono ormai in salvo sulle Arche, tranne il presidente degli Stati Uniti che ovviamente non è voluto salire per dare una mano agli sfigati che sono rimasti a terra (cioè l'umanità intera tranne i politici, Dolce & Gabbana, Madonna ed Elvis, che magicamente scopriamo ancora in vita e nascosto nell'area 51). A un certo punto il governatore chiede se ci sono proprio tutti. Risponde la Merkel, che dice:
"Sì, noi ci siamo tutti, tranne il Primo Ministro Italiano, che è voluto rimanere a terra, a pregare insieme alla sua famiglia".
In sala, spontanea, grassa, inaspettata ma liberatoria RISATA COLLETTIVA. 
Ora, ci sono due possibilità: o Roland Emmerich ha semplicemente cercato di mantenere la linea politica presidenziale Americana affidando a Silvio una parte da eroe (il che giustifica la nostra risata), oppure, con un finto tribute e un colpo da maestro alla sceneggiatura, si assicura che nel nuovo mondo nato dalla catastrofe Egli  non ci sia, garantendoci così i famosi 400 anni di pace che ne dovrebbero seguire.

Io propendo per la seconda, e salvo, pertanto, il film.

19 novembre 2009

La mia banca è differente!

Qualche anno fa mi inalberai come un babbuino cui avevano appena sottratto la banana perché la banca presso la quale avevo il conto, che è la stessa di mio padre, aveva appunto chiamato quest'ultimo katafottendosene della legge sulla privacy per avvertire che ero in debito di 45€ (it wasn't my fault: non avevano accreditato un pagamento che in quel periodo avrebbe già dovuto risultare da giorni). Il giorno dopo, ovviamente, ho chiuso il conto senza spiegazioni.

Oggi, mio malgrado, per effettuare un bonifico per conto di mio padre, mi sono recata nella stessa banca. I dati del beneficiario corrispondono a un tizio svedese (tale LUNDGREN). Ora: ok che la mia grafia è, diciamo così, disinvolta. Ma il tizio della banca mi ha appena telefonato per dirmi che:

- Pronto, la signorina Encre? Sono il tizio della banca differente!
-Sì, buongiorno, mi dica.
-Senta, ho qui il bonifico che ha ordinato stamane... mi è tornato indietro perché i dati dell'intestatario del conto non corrispondono.
-Ah! E come mai?
-Eh, forse è colpa mia. Si chiama WNDGREN?
-...no.
- ...
-LUNDGREN.
-...ecco. Bene! In effetti avevo ricopiato male! Grazie eh!
-Prego. Ma le pare.

Fatevi il conto lì: le risate sono gratis.

2 novembre 2009

Milano (Splinder, 2006)

Milano, per me è IL batticuore in assoluto, la metafora del movimento. Con la cartina in mano a Milano puoi perderti e da un momento all'altro passare da un posto denso di piccole formichine orientate ciascuna verso la sua meta, a un altro dove non c'è nessuno e nulla, se non grovigli di viali, di binari del tram e saracinesche abbassate su cui spiccano i disegni degli artisti di strada o semplicemente scritte aventi come soggetto sfoghi incontenibili di odio, amore, esultanza e dopo un attimo di disorientamento ritrovarti esattamente nel punto che avresti dovuto raggiungere;
è arrivare sul posto di lavoro e alzare lo sguardo verso un enorme agglomerato di palazzi dall'aria fredda ma produttiva ed entrare, lasciare il documento all'entrata, salire, trovarsi in mezzo a persone che lì ci sono tutti i giorni e sono ormai abituati a questo sfondo un po' surreale dove i corridoi sembrano tutti uguali, gli uffici tutti spogli, le persone, invece, tutte diverse e splendidamente indaffarate e sentirsi, stranamente, a proprio agio
è prendere un taxi con la solita cartina in mano pensando di arrivare in un battito di ciglia a destinazione e invece scoprire che il rettilineo non finisce mai, e con lui gli alberelli cittadini impolverati, allineati in fila uno dietro l'altro come tanti piccoli sorridenti indiani verdi;
è passeggiare avanti e indietro in stazione centrale con un libro in mano e non riuscire a leggerlo perché la curiosità di guardare le persone che passano è troppo forte: hanno tutti la loro storia appresso e qualcosa di loro parla nonostante il silenzio: un cappellino un po' frivolo di una signora per bene, la pesante ventiquattr'ore del solito colletto bianco, i disegni arrotolati di qualche artista, la valigia trascinata da un giovane dal volto sereno, una chitarra dentro la sua custodia nera, che ci si chiede chissà chi e cosa canterà questa volta, se saranno sorrisi o lacrime ...Ognuno con la sua storia, ognuno in cerca di un narratore;
è sentire il flusso delle cose, e chiedersi quanta vita puoi succhiare da questo caotico melting ipnotico, che ti trascina vorticosamente, fa girare la testa e ti sputa dentro urlando "è tutto per te, ora, subito, mordilo";
è una cena al ristorante messicano, un incontro di lavoro con con strani personaggi che da lì a poco diventeranno altre luminose estensioni della tua anima:
è fare la coda davanti a un locale per ascoltare il gruppo che ami, e incontrare lì persone che non riesci mai a vedere a causa della distanza e riabbracciarle, ridere, scherzare e ubriacarsi di chupito e tequila e tornare insieme cantando le nostre canzoni preferite per le vie deserte da cui proviene l'odore rassicurante del pane caldo degli ambulanti e quello eccitante dell'aria fredda che fa pizzicare il naso;
è perdersi tra tanti piccoli puntini neri danzanti che sono così diversi da te, che sono così uguali a te;
è un amico che ti accompagna per i negozietti di Porta Ticinese e si comporta come se fossi la persona più importante della terra in visita speciale;

è la coincidenza di mille coincidenze
la realtà da cui partono speranze e aspirazioni
A volte ti salta il cuore in gola per uno sguardo
Altre volte è come percorrere un sentiero di spine
Milano
è la Santa che ti offre il perdono,
la Prostituta che ti induce a peccare,
la puttana che riempi di lividi ma che senza di te non può permettersi di vivere
o forse sei tu che non puoi vivere senza di lei
è il batticuore
la metafora del movimento

è la mia città, perché casa non è necessariamente il posto dove sei nato, ma quello dove finalmente ritrovi te stesso, dopo tanto invano cercare.

1 novembre 2009

Tienimi come sigillo sul tuo cuore

La prima volta che ho messo piede in un cimitero avevo due o tre anni al massimo, e la prima cosa che ho esclamato è stata: "...che meraviglioso giardino!". Ai miei occhi, questo era.
Ora che sono adulta, mi rendo conto che i bambini vedono quello che agli adulti spesso è celato. Ogni dettaglio che le persone lasciano sulle lapidi dei loro defunti è un indizio che dice molte cose su di loro. Non riesco più a percorrere i corridoi e i campi senza sentire un groppo in gola, ogni volta, non soltanto per i miei cari. Perché tutto quell'amore che è impastato di dolore e di perdita, è comunque vita. La scelta apparentemente lieve di un colore, di un fiore, di una foto scattata in un momento sereno, magari alla sprovvista, è il messaggio forte di chi resta: guarda, questo sei tu come ti ricordo io, come ti amo e ti ho amato io, sei qui con me. Così come sei ritratto, io ti riconosco. Perché ti sento, e voglio che tutti lo vedano: vivi in me con quei colori, quel sorriso.

Un tempo pensavo che fosse un luogo triste, ma non è così.
È un posto pieno, pieno di amore, così tanto che ogni volta mi scoppia il cuore di dolore.

30 ottobre 2009

L'ultima news sul palco.

Sono sempre stata dell'idea che chi si arrende è perduto. Però è anche vero che restare da soli su una zattera che sta affondando non ha alcun senso. Nel 2003 ho iniziato una bella avventura aprendo una webzine che ha dato tante soddisfazioni non solo a me, ma a tutti quelli che vi hanno partecipato (dicendo questo credo di non sbagliarmi). Avevamo tanto tempo libero e soprattutto tanta voglia di fare ad ogni costo. Ma si sa, le cose cambiano in fretta. Abbiamo tutti un lavoro che non ci consente di muoverci molto, sia per denaro che per problemi logistici. Continuiamo a illuderci acquistando annualmente spazi che poi non avremo non solo il tempo di usare, ma anche soltanto di formattare per renderli utilizzabili. Mi sembra che sia giunto il momento di fermarci, guardarci negli occhi e dirci senza mentire: ok, capolinea. In fondo non è una sconfitta. Siamo e saremo sempre anche quello che abbiamo imparato grazie a questa esperienza. Però non facciamo affondare la nave in silenzio. portiamola a riva, parcheggiamola e basta:  mi sembra che alla nostra barchetta almeno questo lo dobbiamo.

27 ottobre 2009

Battutone!

(Questa andrebbe su Tumblr, ma la metto qui per dare la possibilità a chi mi conosce di ridermi in faccia).

Sabato mi hanno chiesto se sono astemia.

24 ottobre 2009

Prendere una direzione

Se fossi normale, saprei se preferisco essere professionale o informale, bianca o nera, buona o cattiva, serena o triste, ansiosa o incazzata, seria o cazzara. E invece qualcuno lassù deve avermi frullata durante una dimostrazione del Bimby. Doveva esserci anche il Baffo, a presentare, perché spesso mi manca l'aria.

21 ottobre 2009

Senza ritegno

Tra poco devo passare da una signora per intervistarla, tornare a casa, scrivere l'articolo che avrei dovuto consegnare ieri ma non ho fatto causa influenza, controllare la posta e verificare se almeno una delle mie "streghette" ha risposto all'appello (questa però ve la spiego più avanti), chiamare il dottore e spostare l'appuntamento, raccattare il fidanzato, fare la spesa, pranzare con lui e schizzare al lavoro. E sono ancora qui a scrivere scemenze. Non cambierò proprio mai, oh.

17 ottobre 2009

Le frontiere del duepuntozero: 1 - TUMBLR

Il sabato mattina mi sveglio presto. Un po' perché il venerdì sera mi abiocco insieme alle galline, un po' perché è un momento "sospeso". Tutti dormono, tutto tace. E io ho bisogno di questo, di silenzio e di pace, di quest'atmosfera ferma e un po' surreale per raccogliere i pensieri. Il problema è che mentre scrivo sta di nuovo squillando il telefono per la cinquecentonovantottesima volta, e io sono già in tachicardia da un'ora. Quindi se per favore aveste dei consigli per narcotizzare i miei parenti scassamaroni nonché gli operatori TeleDue, ve ne sarei ampiamente grata per tutta la vita.
Torniamo a noi: come avrete notato (ma se non lo avete notato, notatelo), ho aperto uno spazio su Tumblr. E voi direte "e che cos'è Tumbltrtlmntrttr" e poi direte "ma l'italiano sta andando alla deriva" e poi direte anche "ecchissenefrega", e io vi capirò. Comunque Tumblr, cito da tuttofamedia.splinder.com, "è un posto dove ognuno, velocemente, pubblica dei contenuti: foto, frasi, concetti, pezzi di vita, citazioni -soprattutto- e anche niente, volendo". Direi che questa è la spiegazione più esauriente. Voi direte, ma questo si può fare anche sul blog... vero. Però su Tumblr non si scrivono articoli di opinione né si raccontano i fatti propri: si comunica "mordi e fuggi", ma con un indice di condivisione (parola chiave del 2009) altissimo. C'è un universo di conoscenza intero, che consiste nel riportare citazioni, links, foto, eventi interessanti, alla portata di click. E voi sapete che, per una feticista della comunicazione, macro o micro che sia, questo è davvero il paradiso.
Cliccate, ordunque, sul Maggico Bottone™ nel menu a destra e scoprite quale fantasticissimo e stilosissimo uso ho deciso di farne. E notate, ho evitato accuratamente di dire "utilissimo". Uomo avvisato...

11 ottobre 2009

i-God

Qual è il primo pensiero che colpisce un appassionato di 2.0 e di novità tecnologiche guardando un i-Phone in funzione? Ve lo dico io: è "wow". Che non è un pensiero completo né complesso, ma oltremodo esauriente. Esprime meraviglia, entusiasmo, eccitazione, impazienza di averlo tra le mani per provare tutte ma dico tutte e ripeto tutte le applicazioni che possono essere installate. È un oggetto col quale il cervello farebbe volentieri del sesso, se potesse. Ma come tutte le cose che sembrano perfette, nasconde un lato oscuro che io ho scoperto risiedere nell'uso di Google Maps come GPS.
Ieri sera sono partita alla volta di Rho con il mio fidanzato e il suo gruppo, che avrebbe suonato in tarda serata presso un centro sociale della zona. Non amo i centri sociali per varie ragioni, ma seguo volentieri la band e mi piace Milano quando inizia a fare freddo, per cui sono partita senza fiatare. Giunti alle porte di Rho, però, il GPS ha deciso che la strada era sbagliata.
"Ehi, Marco, il cartello dice di andare a destra"
"Sì ho visto, ma l'i-Phone dice che debbo svoltare a sinistra"
"??? Sì ma seguire i cartelli mi pare un metodo sicuro..."
"Invece no, perché su Google Maps il punto di arrivo non è dove pensiamo noi"
"Ma ti fidi di quel coso?"
"Certo che sì, bisogna seguire la traccia indicata in viola."
Guardo l'i-Phone. La traccia in viola è in effetti percorsa da un pallino che siamo noi,almeno così c'è scritto. Solo che, sul più bello e proprio mentre dobbiamo svoltare a una rotonda, il pallino salta nella direzione opposta.
"Ehm, Marco, secondo me ha ragione Stefano, dovremmo seguire i cartelli..."
"Perché? Ci manderebbero dall'altra parte, ma qui si vede benissimo (prende l'i-Phone e molla il volante per tre interminabili secondi) che la destinazione non è quella che credevamo!"
"Ecco, ci siamo, lo sapevo: la tecnologia ci sta rimpiazzando. Finiremo a chiedere consigli a un frullino e ad affidare il nostro destino a un modem. Non vedo come si possa ignorare un cartello per dare ascolto a un telefono. "
"Questo non è un telefono, questo è il futuro!" E nel ribadirlo rimolla il volante per altri tre lunghissimi secondi durante i quali ne approfitto per controllare la mia cintura di sicurezza.
Dopo qualche insultino volante riusciamo a convincere Marco a lasciare perdere l'i-Phone per almeno cinque minuti e chiediamo a tre persone che ci mandano in tre direzioni diverse: uno all'Euronics, un altro a Lucernate e l'ultimo alla stazione di Rho, tutto questo mentre Stefano cerca di dimostrare l'esistenza di dio tramite i messaggi subliminali disseminati per il percorso di segnaletica che porta a Pero. Presi dallo sconforto ci fermiamo in mezzo a un incrocio (don't try this at home) per chiedere indicazioni a un vecchietto che pare autoctono, ma scopriamo presto che, autoctono o no, non ci capisce una mazza nemmeno lui in fatto di direzioni. A questo punto, sconfitti, accendiamo di nuovo il GPS dell' i-Phone.
"Ecco, visto? Per dare retta a voi guardate come siamo lontani dalla stradina viola!"
Stavolta Marco è fermo e possiamo guardare il suo dito sulla mappa senza sgranare il rosario. Constatiamo che il pallino (noi) che prima era nelle vicinanze del punto di arrivo è ora da tutt'altra parte a prendersi un caffè con il GPS di un amico che ha incontrato per caso mentre chiedevamo informazioni. Marco e Stefano si esprimono sempre di più come Sandra e Raimondo, ma non resta che seguire la mappa di Google, visto che abbiamo solo quella e che la gente del posto in realtà vive a Twin Peaks. Infatti non faccio in tempo a prendere di nuovo l'i-Phone in mano che il pallino salta di nuovo sulla stradina viola mangiandosi almeno un chilometro manco fosse uno dei Langolieri di Stephen King. Quando arriviamo, Marco scendendo trionfa: "ve l'avevo detto, IO, che dovevamo dar retta all'i-Phone!" e ci manca poco che lo accarezzi come un cagnolino obbediente. Stefano scende e con tutta calma, avvicinandosi, mi dice: "amore, ho deciso per quel BlackBerry Bold di cui ti parlavo tempo fa!"

Io invece aspiro l'aria fresca della sera e capisco che, tutto sommato, sono stata accontentata: in campagna e tra le cacche delle mucche, a giudicare dall'odore, ci sono. Chissà che il dio dell'i-Phone non mi abbia ascoltata.

8 ottobre 2009

Breath

Sono psicologicamente stanca. Avrei bisogno di prenotare una vacanza in un posto come la Svezia, dove tutti sono lagom, tranquilli, pacati, procedono a passo lento, senza ansie. Tutto sommato però mi basterebbe andarmene in campagna per due o tre giorni, senza internet, senza telefono, senza rotture in casa... lontano dai clienti maleducati e dai rumori del caos cittadino. Voglio camminare per i boschi annusando l'arietta fresca del mattino, in mezzo alla nebbiolina, tra il profumo dei funghi e il puzzetto delle mucche al pascolo. Che sì, non è proprio piacevole, ma mi ricorda i giorni passati in campagna quando ero piccola, quando per me tutto questo significava essere felice. Mi bastava la cacca di mucca, pensa un po'. In effetti è destino, stare nella cacca.

La Legge è uguale per tutti

5 ottobre 2009

Fumo

In un clima in cui i politici cercano di negare che la crisi sta logorando le famiglie e tagliando il futuro ai giovani, ho trovato il fondo di questo mese del mio Direttore molto schietto e sincero. Inutile girarci intorno e accusare di pessimismo chi cerca di allertare gli Italiani che il baratro è a un passo: è così, che piaccia o meno sentirselo dire. Se mi fermo a fare due conti, nella mia vita come nelle mie tasche, mi rendo conto che ci sono talmente tanti paletti che è un continuo prendersi legnate in faccia. Sto cercando un lavoro che copra le ore libere che mi rimangono nella giornata, e per ora niente di fatto. Lo stipendio che invece ho, non basta mai. Tolte le spese in famiglia (noi bamboccioni lo stipendio lo diamo intero in casa, che egoisti), non rimane nulla. Saranno tre anni che non compro un profumo, uno vero, intendo. Un anno fa me lo hanno regalato le amiche, in occasione del mio compleanno. Non è che per me sia fondamentale una spesa così sciocca. È solo che mi rode non poter fare nemmeno uno strappo, uno solo ogni tanto. Chiariamo, so di essere molto più fortunata di tanti altri. Non sto sputando sulla buona sorte. Solo che non vedo una svolta serena nel mio futuro, una vita mia, e non riesco a fare passare l'ansia che mi coglie impreparata ogni mattina e che mi tiene sveglia la notte, ogni ora, precisa come i rintocchi di una pendola. Non so dove sbattere la testa, se non sulla mia scrivania, come su questo foglio virtuale.

4 ottobre 2009

Punti di vista (dal basso)


Potrei accontentare subito il mio idolo (ormai lo avrete capito), il Ministro Renato Brunetta (nella foto), pubblicando il mio stipendio di giornalista che scrive su testate senza conflitti d'interesse, rientrando dunque nel titolo di coloro che, non guadagnando il triplo di lui, possono tranquillamente accusarlo di appartenere alla Casta. Forse il ministro, nella foga di sparare a zero, dimentica che la maggior parte dei giornalisti prima lavora gratis (o semi-gratis) per diventarlo ufficialmente, poi fa gavetta, poi, forse, stando tutto il dì davanti al pc, facendosi venire gli occhi a palla riesce ad avere uno stipendio, mentre l'occasione "d'oro" di guadagnare pari a un parlamentare (di certo, dubito di più), capita una volta ogni quindici anni a tre al massimo, su mille, di solito spalleggiati dai politici. Pochi, peraltro, sono quelli che se lo meritano; ma questi ultimi, se permette, si sono fatti un discreto mazzo per arrivarci, mica come le fidanzate dei figli di certi amici suoi. I giornalisti, insieme agli artisti e ai musicisti, sono incompetenti, scansafatiche e parassiti; per fortuna che c'è questo ministro che si dà da fare per ripulire stampa, cinema e teatro. Grazie Renato, grazie, almeno tu, in questo caos istituzionale, mi dai una sicurezza: ho bisogno di un biglietto aereo di sola andata per la Francia, perché questa Italia non ha davvero più niente da offrire alla gente onesta.


1 ottobre 2009

Il Partito dei Morti Viventi

Nella mia città, Genova, non c'è differenza di colore. Non ci sono partiti divisi. Ce n'è uno, uno solo,  che è grande e forte e inarrestabile. Un partito che segue una filosofia che potrebbe somigliare a quella pacifista, perché parla continuamente di silenzio, pace, armonia: il partito dei Giovani Morti Viventi. Nella mia città, che potrebbe pullulare di arte come Firenze, splendere come Venezia ed essere divertente come Milano, c'è un muro compatto di "provincialotti", per usare le parole del nostro sindaco Marta Vincenzi (spese nei confronti, però, dei Savonesi, che a me sembrano molto più avanti di noi, specie se si tratta di iniziative culturali), parole che io giro a lei da queste pagine: sarà lei, cara la mia sindaco, ad essere una "provincialotta" che in poco tempo ha reso Genova un museo delle cere, appoggiata dal Partito dei Pensionati che, nonostante la definizione, ahimé conta anche e soprattutto giovani corpi con meno giovani menti; e adesso, con questa storia di mandare tutti a nanna e svuotare il centro storico entro le due di notte revocando anche i pochi permessi di alcuni locali di chiudere un'ora dopo (locali peraltro già vessati dalle "brillanti" iniziative del Comune), Lei ci toglie anche il diritto di passare il weekend lontani dai grattacapi del lavoro e dalle bastonate della quotidianità, vivendo la nostra bellissima città con gli amici, senza paura di venire derubati, picchiati, violentati o anche solo molestati da chi agisce nel buio e nel silenzio. Mi scusi, signora Marta, è proprio sicura che raccattare voti per voi "benpensanti" finti intellettuali fintamente di sinistra sarà sempre così semplice? È proprio sicura che continuerà a sedere dove sta sedendo oggi, quando la gente ne avrà le tasche piene di vivere in una città dov'è dura non solo lavorare in pace, ma anche svagarsi in pace? Perché vede, signora Vincenzi, peggio di una destra ottusa, c'è solo una cosa: una sinistra ancor più ottusa.

27 settembre 2009

Conferme

Avete presente quella storia che se parti alto con la gradazione alcolica poi devi mantenerla oppure salire perché sennò vedi il Grande Puffo che prende a calci Brunetta saltando sul letto in camera tua?
Ecco, è assolutamente vera.

26 settembre 2009

Primo giorno nella nuova casa

Spostarsi da un luogo a un altro è sempre un po' traumatico, specie se non ne avevi alcuna intenzione. Però a quanto pare, da quando il "papà" di Splinder ha venduto la sua bella invenzione, su quella piattaforma hanno cominciato a lavorarci degli incompetenti. Non esagero: non sanno proprio da che parte cominciare. Non si può rallentare e sballare un'intera piattaforma per cambiare la grafica senza prima testarla esternamente al sito. Non so come ci sono riusciti, ma la versione Beta (analfa-beta, faceva notare un blogger) riesce a mandare all'aria anche quella che prima era stabile. Non si può scrivere così. Io, poi, ho anche un webmagazine ospitato su Splinder, e non riesco più a caricare aggiornamenti. Ci perdo in tempo e anche in  lettori. Blogger è ottimo, stabile e completo.
Se di là non accade il miracolo mi sa proprio che qui comincio anche ad arredare.

Bentornati ai vecchi lettori, benvenuti a tutti quelli nuovi.

EncreNoire

25 settembre 2009

Constatazioni sul 2.0 (Splinder, 20 settembre 2009)

A me questa cosa della condivisione a tutti i costi e in qualunque forma, tutto sommato, piace.
Sarà mica una nuova perversione?

Editor: questo sconosciuto? (Splinder, 03 settembre 2009)

Spesso mi capita di ricevere materiale fresco di stampa di autori emergenti assolutamente geniali dal punto di vista dei contenuti, ma altrettanto carenti in fatto di sintassi e grammatica italiana.
È successo, l'ultima volta, con la casa editrice Giraldi: "Una lingua sul cuore", la storia intensa, appassionata, interessante anche dal punto di vista stilistico, pensata da Carlotta de Melas, è risultata fortemente penalizzata dagli errori di grammatica e di battitura ricorrenti nel testo. Non so come fosse il manoscritto originale. Non so chi l'ha letto in Giraldi. Mi assicurano che non è stato richiesto denaro per la pubblicazione di quel titolo. Ma io, nei loro panni, con un materiale così potenzialmente valido, non avrei mai azzardato una pubblicazione senza prima un accurato lavoro di editing. È inammissibile. È una questione di rispetto nei confronti sia dell'autore (che si vede sputtanato in larga scala) sia del lettore (che si rovina la lettura). Dopo avere affrontato le prime sedici pagine ho scritto alla Giraldi Edizioni una velenosissima email tenendo traccia di tutti gli obbrobri grammaticali che mi capitavano a tiro e facendo presente che basterebbe assumere un buon editor per rendere il libro leggibile e persino gradevole. Tra l'altro trovo assai stupido questo disinteresse: se la storia è buona ma non vende perché è scritta male, l'editore perde denaro e credibilità. Quanto a Carlotta, invece, merita una seconda possibilità: è intensa e ha uno stile che, epurato dalle solite cadutine Santacrociane (ma quanti ne hai rovinati, Isabella?), potrebbe anche crescere e, perché no, prima o poi arrivare alla grande distribuzione. C'è molto lavoro da fare, ma le si dà fiducia, e intanto il suo prossimo libro uscirà a Ottobre con Eumeswil Edizioni. Pertanto, se vi capita tra le mani "Una lingua sul cuore", fatelo per me: cercate di non notare (lo so, non è facile) i refusi e godetevi la cascata di emozioni. E poi però, per favore, non comprate più Giraldi. Chi non sa lavorare in campo editoriale se ne stia a casa, non in tipografia.

September more... (Splinder, 30 agosto 2009)

So che questo post è già stato fatto dalla mia socia, ma non posso che quotare ogni parola: ogni anno, a Settembre, come lei scrivo la lista delle cose da fare. Quella dei buoni propositi, insomma. Cose del tipo "1 - finire la tesi di laurea!; 2 - iscriversi in palestra (e frequentare!); 3 - inviare curricula; 4 - fare ordine nella propria esistenza", e che ad agosto dell'anno successivo diventa inspiegabilmente "1 - vabbè facciamo il prossimo anno; 2 - vabbè facciamo il prossimo anno; 3 - vabbè facciamo il prossimo anno; 4 - il caos regna (cit. Lars Von Trier)". Ma perché? Vorrei essere come Paolo, che si alza alle 6, lavora fino alle 16, torna a casa, si cambia e va in palestra, torna a casa, si ricambia, fa da mangiare, pulisce e riordina, si fa la doccia, esce, sbevazza un po', torna a casa, fa del sano sesso, aggiorna il sito e già che c'è studia per il concorso, legge un libro e FINALMENTE, dorme. Ecco, non so proprio come faccia. È forza di volontà, ma anche resistenza fisica e psicologica. Forse dovrei noleggiare un padrone, come quelli sado-maso: lui mi ordina di fare palestra e io la faccio, se non la faccio mi frusta. L'unico rischio è che a lungo andare mi piaccia farmi frustare, ma non credo possa realmente accadere. In ogni caso semmai me lo cerco inguardabile così elimino anche la più remota possibilità.
Quanto al mio lavoro, mi piace, però non posso rinunciare ai contributi ancora a lungo. Mi pare lineare il ragionamento: se non finisco la tesi però non è che possa pretendere di trovare contratti migliori. Nemmeno dopo, è vero, però visto che ormai ci sono, magari chiudere 'sta maledetta porta???

Vabbè. Inutile questo post. Anzi, se ve lo perdete, tanto ne scrivo un altro uguale l'anno prossimo. O no? Si accettano scommesse ( ma voglio il 10%: sia mai che l'odore dei soldi sia un incentivo...)

Rewind (Splinder, 22 agosto 2009)

Sono capitata per caso sul blog di una ragazza molto coraggiosa, Anna, che sta facendo dell'esperienza traumatizzante dei cicli di chemioterapia un monito per andare avanti. Ammiro la sua forza, la sua determinazione a non perdere la speranza.
Leggere le sue parole mi ha riportato indietro. A quando la malattia la vidi negli occhi di una sorella (è questo che per me sei stata) ormai perduta. Mi sono chiesta che cosa farei io, se capitasse a me. Tutto mi riporterebbe a Lei, che aveva la stessa voglia di vivere di Anna, ma che si spegneva lentamente, giorno per giorno, davanti a me, sorridendo nonostante. A volte non ci penso, a Eleonora. Ma poi, all'improvviso, mentre giro lo zucchero nel caffé o sbircio una vetrina, o semplicemente guardo in alto il cielo, eccola di nuovo lì a ricordarmi quanto l'ho amata. Mi manca. Sono passati sedici anni ma è come fosse stato ieri. Mi rimane non poco, di lei: due splendide ragazze che le somigliano tanto e che, piano piano, stanno diventando piccole donne. hanno i suoi occhi, il suo sorriso, i suoi gesti. E forse non sanno quanto sono simili alla loro mamma.
Ma lo spazio vuoto che Lei ha lasciato dentro di me non si colma nemmeno con quell'amore. Il mio dolore è solo per Lei, e lo sarà fino a quando anche io non chiuderò gli occhi.

Miele di Castagno (Splinder, 04 agosto 2009)

Agosto mi mette in ginocchio. Sempre. Mette in ginocchio la mia voglia di relazionarmi, di uscire, di stare con gli altri, spesso persino con me stessa. Dovrebbe essere un mese di vacanza, di relax: invece è il mese più duro dell'anno, per tanti, troppi motivi.
Sto leggendo "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini. Affondo le mani in questa vasca di miele di castagno, densa, con un gusto dolceamaro, e mi sembra di sentire davvero quello che prova Gemma, la protagonista. Mi sembra di averla vissuta, la guerra a Sarajevo, oppure una guerra come quella, di averla vista e toccata e annusata. È una sensazione strana, che sa di ricordo più che di immaginazione.
È crudele questa lettura, si concretizza davanti a me come un monito. Eppure è ciò di cui ho bisogno. Non si può spiegare altrimenti questa sensazione di lenta e dolorosa pulizia dell'anima che mi accompagna ogni giorno, anche quando ho richiuso il libro.

Heal the World (Splinder, 31 luglio 2009)

Nel 1992 all'Earth Summit delle Nazioni Unite, una ragazzina, Severn Cullis-Suzuki, fece il discorso che l'avrebbe consegnata alla storia come "la ragazza che zittì il mondo per 6 minuti". Ad oggi, Severn è ancora una dei maggiori attivisti del pianeta, ha una laurea in Scienze Ecologiche e Biologia Evoluzionistica all'università di Yale, è portavoce ufficiale della fondazione David Suzuki (il padre, noto naturalista) e membro del Consultivo Speciale di Kofi Annan; durante il Summit  del Gruppo, tenutosi a Johannesburg nel 2002, ha presentato all'attenzione del mondo l' "Atto di Riconoscimento delle Responsabilità", documento ufficiale per la salvaguardia dell'ambiente. Il filmato che vedete qui sotto fa parte dei sei minuti di discorso che Severn fece al Rio Earth Summit del 1992.

Ascoltiamo, vergognamoci tutti, e riflettiamo: davvero i nostri figli sono in cima alle nostre priorità?

Gaudio! (Splinder, 28 luglio 2009)

Il mio racconto ha passato la selezione!!! S'intitolerà "Pietra e Carne" e sarà incluso nella raccolta "365 racconti erotici per un anno" edizioni Delos Books.
Felicità!

Lunedì 27 VS Venerdì 13 (Splinder, 27 luglio 2009)

La giornata di oggi è stata talmente nefasta che, tornando a casa verso sera, anche un guanto di plastica che giaceva per terra mi ha fatto il ditone al primo soffio di vento.

E non aggiungo altro.

La Fata non vuole sapere (Splinder, 17 luglio 2009)

Oggi, per puro caso, sono riuscita a colmare una grossa lacuna cinematografica guardando (dopo molti tentativi andati surrealmente a vuoto) "Le fate ignoranti" di Ferzan Ozpeteck.
Mi aspettavo un filmone di quelli che quando finiscono stai ancora lì mezz'ora a pensarci, a rimuginare, a rievocare; invece, mi è parso tutto troppo a pelo d'acqua. Fermo restando che Margherita Buy non mi ha mai emozionato (troppo freddina) e Accorsi me lo vedo ancora nella pubblicità del Maxibon (granèll, stracciatèll), pensavo che il regista sviluppasse un po' meglio personaggi e tematiche di per sé molto importanti: la menzogna salvifica, i segreti nella coppia, l'amore che non ha sesso e diventa universale. Invece la visione d'insieme è come un disegno a carboncino appena accennato, senza chiaroscuri definiti; una semplice bozza, non un capolavoro come si è detto. Superficiale il rapporto tra Antonia e Michele: non si delinea chiaramente il meccanismo che li attrae così tanto l'uno all'altra, pur intuendo che il denominatore comune è Massimo, marito di lei e amante di lui. Semplicemente, si sorvola sull'approfondimento psicologico, si butta molta carne al fuoco ma poi non la si griglia come dovuto; i personaggi minori potrebbero essere più interessanti ma non superano il ruolo di "caratteri" e fanno da contorno a una minestra sciapa e un po' retorica. Unici dettagli che mi hanno toccata: Gabriel Garko che parlando del suo grande amore dice "volevo tutto di lui, anche la sua malattia", traduce in parole tutta la potenza esplosiva di un amore violento e irreversibile fino all'autodistruzione; Stefano Accorsi che alla fine, quando Antonia è già partita,  lascia cadere il bicchiere (che secondo la tradizione si infrange solo quando qualcuno che ami se ne va per sempre) ma non lo rompe: Antonia non uscirà dalla sua vita,  perché l'amore non unisce solo chi si ama, ma anche chi ama.

Sì, be': che era un po' retorico l'ho già detto.

Ebbene sì (Splinder, 22 luglio 2009)

Lo confesso: ho inviato un racconto erotico (tutti: uuuuuuuu) a Writer Magazine per partecipare alle selezioni per un'antologia che conterrà la bellezza di 365 racconti, un anno intero, insomma. Se non fosse stato per Cristina Origone e Gabriella Saracco (due bravissime scrittrici che ebbi il piacere e l'onore di introdurre in occasione dell'uscita del libro a quattro mani "come tenersi un uomo/una donna per più di sei mesi", ed. Delos) non avrei mai partecipato. Cristina, che è stata un vero e proprio Mentore, è una persona che stimo non solo perché è una che sa scrivere (sembra banale questa mia affermazione? Non direi, non ce ne sono molti in giro che sanno scrivere bene, come lo intendo io, nota spaccamaroni in materia), ma per la voglia di fare, di mettersi in gioco. Gabriella, d'altra parte, è una dura: fissa lo sguardo all'orizzonte e va dritta verso la mèta; dopo aver letto il mio racconto mi ha mandato un editing fantastico.
Non so che fine farà il mio lavoro, anche perché il tema erotico è lontanissimo da quel che scrivo solitamente. Fatto sta che, però, è la prima selezione cui partecipo, e l'emozione, la tensione che sento è davvero impagabile. Ma perché non l'ho mai fatto prima? Me idiot! Il mio problema è sempre stato quello di non fidarmi troppo di me stessa, col risultato di perdermi un sacco di roba interessante.
Qualunque esito avrà per me quest'esperienza, a quelle due straordinarie donne va il mio "grazie" più sincero: l'avventura è bella nel suo svolgersi, molto più che nel concretizzarsi.

Parentesi Quadra (Splinder, 13 luglio 2009)

Ora che sul mio taccuino delle interviste c'è la dedica di Daria Bignardi, spero che porti buono e che non finisca a male parole con Brunetta e Travaglio. Specie con Travaglio. Brunetta in effetti lo insulto già da un po', anche nel sonno.

Shut Up (Splinder, 03 luglio 2009)

No, non scriverò niente sulla morte di Michael Jackson. A meno che non me lo chieda lui.


(in realtà ho già scritto fin troppo in altra sede. Ora scusatemi, ma ho promesso a Elvis di chiamarlo prima delle 22.00)

FIERI, anche il giorno dopo (Splinder, 28 giugno 2009)

Oggi c'è aria di normalità, assai più del resto dell'anno.
Sarà che finalmente vedo uscire mano nella mano certi amici che di solito non lo fanno mai, per paura di trovarsi soli nel pregiudizio. Oggi è diverso: siamo tutti uguali.
Ma io vorrei dire a tutti questi amici che uguali lo siamo tutti i giorni. Non ha senso sentirsi liberi solo un giorno all'anno e magari in una città che non è tua. Bisogna camminare mano nella mano anche domani, bisogna fermarsi all'ombra e guardarsi negli occhi, baciarsi senza pensare a quel che diranno di te gli altri, proprio come hanno fatto due ragazze poco fa, a De Ferrari, con lo sguardo profondamente innamorato. Ma poi, chi sono questi 'altri'? Estranei. Io non chiedo agli estranei chi si portano a letto, perché debbono farsi i fatti miei? Finché ci nasconderemo a causa di ciò che siamo, trasmetteremo il messaggio sbagliato. Siamo esseri umani pieni di difetti allo stesso modo, abbiamo il sacrosanto diritto di camminare e baciare e sposare chi vogliamo, paghiamo le tasse, lavoriamo tutti. Ci amiamo tutti. Qualcuno dirà: la pride parade è una carnevalata. E io rispondo: a parte il fatto che non è del tutto vero, se vi scoccia tanto il travestimento abolite il carnevale di febbraio, allora. Perché quella è oramai una festa vuota, senza più un messaggio, mentre alla parata gay ci vado anch'io perché non voglio che mio figlio o mia figlia possano mai venire al mondo in un posto dove si sentano sbagliati e ospiti solo perché agli altri non piace chi amano.

I miei figli dovranno sentirsi liberi. Io li voglio e li pretendo LIBERI.


Gay Pride, Genova, 27/06/2009

Dove abitano le Muse (Splinder, 25 giugno 2009)

C'era una volta. Purtroppo le idee migliori sono spesso vittime dell'ignoranza comune. Il popolo non sempre ha la meglio sull'oligarchia di "benpensanti". Eppure, di buoni pensieri personalmente non ne ho mai visto molti, specie rispetto a quella categoria. Io mi ricordo, dacché sono a spasso per il mondo, di averlo sempre visto quel locale in Via della Maddalena a Genova. Ricordo di avere sempre notato un certo movimento di giovani, universitari per lo più; mi piaceva immaginarli tutti artisti. E, magari, lo saranno anche stati, visto che la fama che seguiva quell'insegna lo etichettava come un importante avamposto culturale.
Le gestioni sono state numerose; ma tutte hanno sempre seguito un fil rouge, una specie di "filosofia Madeleine", che ha sempre dato la precendenza alla cultura, alla musica e all'arte, un vero e proprio cammeo nel centro storico genovese. Nel 2007, ad opera di 7 (sette, dico, sette, voglio dire: sette) firme contro le 3000 (tremila, dico, tremila, voglio dire: tremila) che si erano schierate dalla parte del locale e della gestione di allora, La Madeleine Cafè morì. Morì proprio, smise di respirare, collassò su sé stessa e spirò. Si rifiutò persino di farsi riaprire sotto altra veste che non fosse quella che aveva sempre avuto, dal momento in cui nacque.

Tutto questo per dire che ieri, girando per Camogli, ho riconosciuto lo spirito del Madeleine Cafè, il suo cuore palpitante, e l'ho visto al "Dragun Pub", un posticino che ha gli stessi colori, lo stesso profumo, un pianoforte e delle chitarre a disposizione per gli avventori, libri sui tavoli che chiedono solo di essere sfogliati, tavoli dipinti e dipinti alle pareti, un solo proprietario, dall'aria semplice, genuino, affabile, cortese e ispirato.
Ispirato, giuro, proprio da quel Madeleine Cafè Teatro che non c'è più, da quel pensiero libero che per primo ebbe chi gli diede vita.

Evidentemente avevano ragione i buddisti: l'anima si reincarna. O forse sono solo le Muse che scelgono dove abitare ogni volta che qualcuno dà loro lo sfratto.


[Ditemi voi, se non vale la pena di passarci:
http://www.camogli3d.com/sponsor.asp?id=l_dragunpub]

E c'è in Andalusia un fiume che mi tocca il cuore... (Splinder, 09 giugno 2009)

A volte mi scopro a pensare che se facessi l'impiegata in banca non dovrei avere un infarto ogni volta che qualcosa non torna al lavoro, né spararmi le ore di sole chiusa in segreteria a zittire marmocchi che si perdono il costume di scena.
Però poi succede che la direttrice lasci la porta dell'aula aperta mentre prova il suo balletto, e che la voce di Lola Ponce arrivi più forte del solito alle mie orecchie e a quelle delle ragazze del corso di moderno; succede che allora ci avviciniamo piano piano tutte, per vedere come stanno lavorando le ballerine classiche.
Succede che la coreografia è talmente bella e talmente in sintonia con le parole della bellissima canzone dal "notre dame de paris", che ti spuntano le lacrime agli occhi.
E allora davanti alla bellezza dell'arte, davanti al lavoro duro di tanti ragazzi e alla bravura delle insegnanti, al loro amore per la danza, ecco, davanti a tutto questo, esco da quella scuola convinta che non avrò la tredicesima, ma sono molto, molto più fortunata di qualsiasi impiegato a tempo indeterminato che un momento del genere non lo vivrà mai durante l'orario di lavoro.



Aaadrenalina, aaadrenalina! (Splinder, 24 maggio 2009)

Sto letteralmente impazzendo tra le ansie per lo spettacolo di fine anno al lavoro e il calendario di presentazioni editoriali e mostre extra che sto stilando insieme alla padrona del nuovo circolo culturale che ha appena aperto nella mia città. L'adrenalina (come da titolo, ma cantata sulle note di Rettore) è a mille giri, sto rischiando il collasso, specie per il numero delle tazze di caffè consumate al dì che sta salendo, ma sono soddisfatta. Finalmente poche ciance e molti fatti. Niente "poi ti dico", ma "ora e subito". Il casino è mettere d'accordo tutti gli autori e non pestare i piedi agli amici che stanno organizzando altri eventi nello stesso periodo. Per il momento ci stiamo coordinando, in modo da poter presenziare gli uni agli impegni degli altri.
È una corsa contro il tempo, ma collaborare è DAVVERO possibile. Senza danneggiare nessuno, senza farsi concorrenza. Non è poco, considerando che alla fine siamo sempre gli stessi a mettere in piedi manifestazioni. Lo facciamo gratuitamente, per amore della cultura. Io però voglio riuscire a creare una realtà qui, nella mia città, qualcosa che manca. Mi dedico nel tempo libero a questo perché  è un obiettivo in cima alla mia lista. Fin'ora ho ricevuto soddisfazioni anoressiche e delusioni obese. Dico sempre "questa è l'ultima volta", ma poi ci ricasco! Mi spinge qualcosa che sento dentro, e che - è ormai evidente - non riesco a far tacere.
Fatemi un "in bocca al lupo", TEMO che ne avrò bisogno.

Aggiornamenti hi-tech (Splinder, 20 maggio 2009)

Perdonatemi la latitanza, purtroppo è un periodo ricco di novità e zeppo di scadenze, e mi è difficile sedere al pc solo per conversare un po'... il senso di colpa mi spinge a finire ciò che devo e posticipare qualsiasi altro impegno personale. In ogni caso, ora ho giusto due minuti per raccontarvi un po' come si è risolta l'odissea hi-tech che avevo intrapreso con l'assistenza Packard Bell. La buona novella è che ora vi sto scrivendo da un nuovissimo e stylosissimo HP Pavilion, che Mediaworld mi ha gentilmente permesso di prendere in cambio del vecchio pc senza spendere una lira: il difetto che mi costringeva a riportarlo al negozio una settimana sì e l'altra pure a quanto pare è dovuto alla fabbricazione e io ho diritto a un rimborso totale. Quando ho visto questo sottilissimo e leggerissimo portatile mi sono innamorata a prima vista, e l'ho scelto per la permuta. Che ne pensate?

Non è un amore??? :)  Purtroppo qualcosina in più ho dovuto sborsare, perché il mio vecchio modem si è rifiutato di farsi installare su questo gioiellino; alla fine però ne è valsa la pena, perché ora ho un portatile funzionante, féscion e un modem wireless che mi permette di bloggare anche dalla vasca da bagno, hehehe. Mica male in fin dei conti, no? ;)

Constatazioni (Splinder, 13 maggio 2009)

Renato Brunetta e Beatrice Borromeo sono la prova che esiste par condicio anche per l'elezione di Mister e Miss Facciadiculo.

Soddisfazioni (Splinder, 12 maggio 2009)

Quando, dopo una riunione di redazione di routine, torni a casa dopo la mezzanotte e, nonostante l'ora tarda e la stanchezza accumulata durante la giornata, hai ancora voglia di ragionare con i colleghi stimati su ciò che si è detto e di sederti al pc per buttare giù quanti più concetti hai a frullarti nella testa, allora significa una cosa sola: che il giornale dove scrivi è quello giusto.

Reincarnazione (Splinder, 1 maggio 2009)

Il primo della lunga serie fu un cellulare di una nota e affidabile marca finlandese (chissà chissà).
Dopo una notte passata (spento) in ricarica, come da manuale, lo accesi per constatare che il software non caricava: schermo bianco latte. Al negozio non me lo cambiarono, nonostante ne avessi pieno diritto (ma questa scoperta la feci troppo tardi). Lo mandai in assistenza, fortunatamente in garanzia: me lo restituirono dopo una quindicina di giorni, ma il problema persisteva. Lo riportai allora in assistenza. Dopo altre due settimane tornò a casa, ovviamente presentando lo stesso problema. Finii per litigare col padrone del negozio, che a quel punto (attenzione: SOLO a quel punto) si occupò di risolvere la questione.

Poi, nel settembre scorso, si bruciò la scheda video del mio portatile: dramma, perché non avevo un pc fisso e dovetti chiederlo in prestito al mio fidanzato che se lo portò in spalla attraverso mezza città ed ebbe anche la pazienza di montare quello che mancava. Ottimo tower, tra l'altro: velocissimo e di ultima generazione. Senonché, cominciò una trafila che mi portò via ben otto mesi in attesa di vedere il notebook  in questione tornare a casa. Me lo restituirono, per la precisione, la settimana scorsa.

Oggi si è ripresentato lo stesso problema che a Settembre mi aveva costretta a rivolgermi all'assistenza. Sul foglio di resa leggo "sostituzione della scheda madre". Mi faccio una risatina isterica.

Mi vedo, in una vita passata, a girare per qualche borgo medievale predicando l'inferno a chiunque avesse ascoltato le farneticazioni di Messere Leonardo, che pretendeva di predire che l'uomo, un giorno, prendendo spunto dal suo progetto, avrebbe volato. Tsé.

La tecnologia mi sta decisamente punendo.

Ogni Corona al suo Re (Splinder, 25 aprile 2009)

Ieri sera Daria Bignardi ha intervistato Fabrizio Corona durante la puntata de "L'era glaciale". È stata la prima volta che mi è parso di vederla in imbarazzo. Un imbarazzo dovuto non alla perdita delle redini dell'intervista, quanto - a mio parere -  allo sgomento davanti a una persona così fredda e calcolatrice. Un uomo che riesce a usare sé stesso per fare soldi, a che punto è arrivato? Sono sempre stata convinta che fosse più "facile" (concedetemi l'espressione) usare gli altri, per chi non si fa tanti problemi. Ma chi arriva a strumentalizzare persino la propria immagine per denaro, ammettendolo con lucidità e senso degli affari, è inarrestabile. Non c'è nulla che possa metterlo in crisi, perché la soglia l'ha superata da tempo. Mi spaventa lo sguardo di quell'uomo e insieme mi affascina la determinazione che lo muove. Vuole diventare un mito, forse è già riuscito nell'intento. Muove le pedine in modo da uscirne pulito, almeno formalmente. Dietro a tutto questo c'è una sete immensa di fare soldi e una strategia curata nei minimi particolari. Fortuna che non è un serial killer: sono certa che sarebbe in grado di organizzare il "delitto perfetto" che nessuno è mai riuscito ad attuare. Brividi.

Blogger si nasce... o si diventa? (Splinder, 24 aprile 2009)

Facendo un giro per i blog che si trovano nella rete mi sono resa conto che certe regole non dette valgono praticamente ovunque, di qualunque piattaforma si tratti.
Anzitutto, che il colore del layout è fondamentale: io stessa, passando dal nero al chiaro, mi sono accorta che le visite sono inspiegabilmente aumentate, cosa che non ha assolutamente senso visto che sono sempre io a scrivere. Poi, che le blogstar sono commentate per lo più da gente che vuol fare sapere che è follower ma che, alla fine, non dice nulla. Inoltre, che i direttori di testata che hanno un blog diventano blogstar pur scrivendo cose noiosissime. Faccio un esempio: il blog di Gianluca Dini, direttore di Vanity Fair, è seguitissimo; se però io scrivessi le cose che scrive lui lì sopra penso che non mi commenterebbe nemmeno mia madre. Questo non dipende dalla sua bravura giornalistica, chiaro: semplicemente, il blog non è il mezzo di comunicazione che lo rappresenta di più. Per bloggare bisogna sentirsi dentro la spinta a scrivere i fatti propri e i propri pensieri, bisogna sentire la propulsione alla polemica e al flame. Eh. Non serve essere giornalisti: è un fatto di innatismo della comunicazione.
Rispetto al social network il blog è oro: almeno, se vuoi farmi complimenti o preferisci mandarmi a quel paese, puoi usare la fantasia. Se è ancora di moda!

E faccio quello che a voi non viene concesso (Splinder, 22 aprile 2009)

Dopo vent'anni riesco a bere qualcosa con colui che, tra tutti i miei compagni di classe, rappresentava il mio alter ego maschio, e il trauma di vederlo cresciuto, barbuto, capelluto non è nulla messo a confronto con quello che in un lampo mi provoca rendermi conto che, tutto sommato, a sei anni potevo anche piantarla di fare quella che le fanno schifo i maschi. Ma tant'è, non imbroccarne una è la mia specialità.

Sicché si beve questa fantomatica birra e si ragiona di quanto si è cambiati. E mi rendo conto che concordo con il punto di vista del mio amico ritrovato: i nostri compagni di scuola "sentono il tassametro correre", per citare le sue esatte parole. E allora giù con pannolini, biberon e vestitini taglia micron.
Pensandoci, che c'è di strano? Uno studia, trova lavoro, poi incontra una persona che corrisponde almeno in buona parte all'idea della dolce metà ideale: e allora mette su casa, si sposa, apre un conto in comune con il coniuge, comincia a studiare dove posizionare la camera dei bambini e si impegna come un matto nel processo di procreazione finché non riesce nell'intento. Io salverei solo quest' ultima parte, ma senza procreazione, ecco.
Ultimamente sto a guardare tutti fare questa fine e mi chiedo perché continui a sentirmi ancora dall'altro lato della barricata. Un po' come quando si finisce il liceo, eppure ci si trova in imbarazzo se si incontrano per caso gli ex-professori.

L'idea di un esserino che dipende da me in tutto e per tutto mi terrorizza: non ho mai preso in casa un cane né un tamagotchi perché avevo paura di ritrovarli entrambi stecchiti il mattino dopo. Non avrei retto il peso della mia totale incapacità di occuparmi persino di un software. Figurarsi un bambino. Non mi affiderei nemmeno mio figlio, se potessi.

Da piccina giocavo a fare la mammina, ed è durata molto: chissà quando sono cambiata. Forse è tutta questione di ingoiare esperienze, come nel videogioco di Miss PacMan: devo aver mangiato ancora troppo poche pillolone, per desiderare di saltare al livello successivo. Il fatto è che non sono mai sazia, e il Game Over mi spaventa.

Nell'incosciente non c'è negazione (Splinder, 17 aprile 2009)

Ho sentito un'esplosione. Mentre osservavo dal filtro di uno schermo freddo le immagini di una disperazione senza parole, ho sentito il suono di uno schianto dentro. Quando si squarcia la corazza il rumore è quello del mare che si infrange sugli scogli, il dolore che si prova possiede la stessa violenza. In quell'onda gigantesca dentro me stessa, in quell'attimo, c'era tutto: quello che provo, quello che comprendo di provare, quello che leggo negli occhi altrui e il suono di ciò che mi viene detto, quello che non vorrei pensare e quel che invece mi scopro a pensare; tutto, e senza il minimo avviso, si è infranto dentro di me. Ho perso il controllo, e sono scoppiata in lacrime. Sono fatta di una fibra che può sembrare elastica, ma non è immune agli squarci. Dentro non capisco più dove debbo andare e che cosa devo fare. E il dolore, che sia quello di uno sconosciuto o il mio che è rimasto in silenzio per così tanto tempo, non si distingue più.
Per un interminabile attimo, sono annegata.

Pensieri di un presunto sognatore (Splinder, 29 marzo 2009)

Luciano Manzalini è un tipo che, se non riconosci, non noti tanto facilmente. E' talmente magro che è facile passargli accanto e non notare la sua presenza. Non è nemmeno uno cui piace parlare molto. Però quando lo fa è talmente affascinante che vorresti continuare a sentire cosa ha da dire, per ore.

Luciano è una "Poesivendola", una persona che vende, o meglio, regala poesie. E' una dote spontanea: appena ti vede rima in versi la sua impressione di te e te la restituisce attraverso il suo filtro fuori dal comune.

Luciano è un comico. Ma è molto di più, è uno scrittore a pieno titolo, anche se si autodefinisce "presunto". Spontaneamente coniuga vita e sogno, commedia e tragedia, per citare il giornalista Michele Serra, "sempre sospeso tra la presenza del tragico e l'immanenza del buffo".

Al pari di quelle di uno Jodorowsky, le visioni di Manzalini sono esperienze surreali che vanno al cuore del senso della vita senza descriverla, forse sognandola, con un linguaggio a metà tra gioco e paradosso, à la Campanile, insomma; irresistibile, fatto di un umorismo fine e intelligente, colto ma alla portata di tutti.

Ci sono persone che sono in grado di regalarti sé stesse con poco: una frase, una battuta. Luciano è senz'altro tra queste.

"Calcolo con zelo la distanza tra me e il cielo.

Da qui a là, precisa immensità"

Mutatis Mutandis [laddove io capisco "cambiati le mutande"] (Splinder, 16 marzo 2009)

Sulle figure di cacca potrei scrivere un trattato di trecento pagine, perché, in determinati momenti e con certe persone, sono una vera calamita. Dovete sapere che metà del globo terracqueo è dalle mie dichiarazioni spinto a credere che sia stupida, l'altra metà invece che "ho una bella testa".
In medio, io.
Nel senso che ho i miei momenti di flop e di top intuitivo, ma non sono l'una o l'altra cosa, fatta eccezione per una categoria (su tutte, ossia quella che secondo me non ha alternativa nel pensare che mi manca qualche rotella): i medici, e primo in classifica il mio dentista.
Ogni volta che ci vediamo, sarà perché associo la sua faccia al trapano, sarà perché di solito l'appuntamento è in mattinata (per ulteriori dettagli vedere post precedente sul rincoglionimento prolungato da risveglio), macino una figuraccia dietro l'altra; non capisco le domande che mi fa e rispondo a vanvera, gli dico una cosa e poi subito dopo mi contraddico, faccio una battuta e lui non ride... cose così. Ormai è assodato che, se qualcuno dovesse fare per caso il mio nome, lui si limiterebbe a scrollare in silenzio la testa, senza proferire parola ma con lo sguardo con cui si compatisce un malato terminale.
Ieri pomeriggio sono scesa con il mio fidanzato a prendere un caffè. Facciamo due chiacchiere, paghiamo, mentre esco con la coda dell'occhio vedo un tipo con la barba di due giorni, il capello arruffato, il giubbotto sgarruppato che mi fa "ciao!". Penso: ecco, un molestatore, lo sapevo. Mi volto, ma non lo metto a fuoco, rincaro la dose: "sarà slavo? non è italiano... ca**o vuole???" al che guardo di sfuggita gli altri tre che sono con lui e penso "mmiiii che facce!!!", e in una mezza frazione di secondo imbocco l'uscita, giusto il tempo di sentirmi chiamare per nome dall'altro. Mi volto e stavolta lo guardo meglio. Inutile dire che era lui, il mio dentista. Con gli amici fighètti. Lui, che non ho mai visto con un capello fuori posto e invece ora sta lì, col sorriso ebete (ma perfettamente allineato e ultrawhite) a guardarmi, come per dire "haha te l'ho fatta anche stavolta". Ora, la mia figuraccia potrebbe anche fermarsi qui, ma io sono una perfezionista e non mi accontento di fare un semplice smarroncello, no, io voglio lo Smarronus Maximus, e aggiungo, ridendo (col dente giallino, avendo appena ingollato un caffè alla cannella): "haaahahahaha scusa! Sono abituata a vederti col camice PULITO!"

Fiiiiiùùùù, il vento soffia, passa un gomitolo di fieno, tutti trattengono il respiro.

"Beh" risponde imbarazzato lui, "sono un po' in disordine ma perché ho fatto un giro in moto", che tradotto nel pensiero che rimbalzava certamente nella sua testa diventa "ma... ma... ma come si permette??? Poverina, è proprio scema. Non si accorge nemmeno delle cose che dice, altrimenti starebbe zitta. Da un lato mi fa pena: speriamo che i miei figli non debbano mai passarci. Dev'essere dura".

Con la scusa che "mh, si è fatta una certa", esco veloce dal bar, nascondo la faccia nel cappotto del mio uomo che, ormai, ha capito che in certi casi l'unico modo per distrarmi è uno soltanto.
Allora fa un sospiro, mi cinge il braccio intorno al collo e mi chiede col sorriso congelato "dài, parlami un po' del libro di Morgan, com'è com'è???"

Ché a lui, di Morgan, non gliene importa proprio una pippa.  Ah, l'Amore!

Di ventotto ce n'è uno, tutti gli altri ne han... (Splinder, 09 marzo 2009)

E così ci siamo quasi, a trentuno. Quel numerino in più basta a sbilanciarmi e allontanarmi  dal mondo dei gggiovani per categorizzarmi definitivamente in quello degli adulti seriosi e monotoni. Cheppalle.
In effetti i segni della vecchiezza incipiente (e precoce: sono trentuno, mica settanta, eppure) si fanno sentire. Ad esempio, quando avevo vent'anni la mattina ero bella sveglia e tonica. Mi bastava un caffettino e cominciavo a macinare stronzate già alle otto. Ora invece mi perdura sulla faccia un ghigno che è un mezzo sbadiglio e l'espressione rincoglionita almeno fino alle tre del pomeriggio. Poi comincio a rodare. Ma prima mi sento una comparsa de "Il ritorno dei morti viventi". Anche per via delle occhiaie, che non dovrei avere, dal momento che non vado mai a dormire tardissimo. E anche questo la dice lunga su come siano cambiati i miei ritmi: solo quattro anni fa mi sparavo le sei del mattino il venerdì, il sabato e qualche volta anche la domenica; una volta sono tornata a casa alle otto, ho fatto la doccia, mi sono vestita, sono piombata sulla poltrona a sonnecchiare un'oretta e sono andata al lavoro (il turno iniziava alle 10,00). Pimpantissima. Tutto ciò che prima della trentina aveva il prefisso IPER ora lo ha cambiato in IPO. Tutto tranne il mio peso, che invece ha subìto il processo contrario, ma ci stiamo lavorando con buoni risultati e svariate centinaia di euro in meno nel portafogli.

Qualcuno ha suggerimenti per ritardare gli effetti boomerang dei compleanni, a parte continuare a mentire sull'età???

Memento Meminisse (Splinder, 02 Marzo 2009)

Dietro suggerimento di Pulsatilla  sto leggendo "Domani niente scuola" di Andrea Bajani, un reportage sull'esperimento dell'autore che prova a infiltrarsi in tre scolaresche diverse in gita per raccontare i giovani da vicino; mi piace seguire i consigli dei bloggers, spesso ci azzeccano: difatti Bajani, oltre a scrivere molto bene, è insieme acuto e divertente.

Non voglio entrare nel merito del libro per non creare un post sul post di qualcun altro (e anche perché la recensione integrale, semmai, la pubblicherò in altra sede ben più consona alla materia), ma debbo dire che quel che mi ha colpito di più è la forte similitudine tra queste gite e quella che feci io a Praga (e te pareva) nell'ormai lontano 1995. 

Di quel viaggio ricordo tutto, persino gli odori: il pane morbido e il gulasch, l'aria frizzante di neve fresca, l'aroma di tabacco nell'aria. Ricordo anche il sorriso della signora bionda che stava alla reception del nostro albergo e che una sera, mentre tutti gli altri erano in giro per la città (prof compreso) e due di noi a far compagnia a una dei nostri con la febbre, ci preparò un toast improbabile con qualcosa di non perfettamente identificato che per comodità chiamerò formaggio. Ma non sono sicura lo fosse davvero. In ogni caso: fu una bella esperienza, compagni di classe fetenti a parte.
Perché quando te ne stai sui banchi di scuola ti permetti voli pindarici solo con il pensiero, ma poi, concretamente, devi tornare a casa dove ti considerano un ragazzino e pensare a studiare per non attirare le ire dei professori, che ti considerano un ragazzino; non hai veramente un tuo spazio dove poter allargare le braccia tanto da espanderti in tutte le direzioni: c'è sempre qualcosa o più spesso qualcuno che limita i tuoi movimenti. E sebbene la gita crei di per sé una situazione analoga (anche se tenti di ignorarli i professori ci sono, e ti seguono molto, molto attentamente), la sensazione è quella di essere solo, e per la prima volta davanti al resto del mondo. Tu e la Città. Tu e la Gente. Nient'altro. Nessun altro.

È come dare un morso a quello che ti aspetta, alla vita adulta: e non c'è sapore migliore di quello che ha la  libertà quando è ancora da conquistare.

Bioritmi (Splinder, 26 febbraio 2009)

Mi sono resa conto che a vent'anni, quando guardavo Ally McBeal, tifavo per lei e per Billy, il suo grande amore e, quando nel corso delle ultime puntate della serie lui ci riprovava con lei, applaudivo.
Ora, rivedendo le stesse puntate, mi sento infastidita e il mio sostegno inconscio va alla moglie di lui, Georgia, tradita per la sciacquetta (che, come dice la mia amica Grace, ha la "faccia da mu**a", e secondo me ha ragione).

Sarò già in una fase biologica irreversibile che mi impedisce di immedesimarmi in una giovane amante?

Citando ilPeggiore: "portatemi un secchio di averna con ghiaccio"

Sliding Doors (Splinder, 25 febbraio 2009)

Non so perché è successo. Ma ricordo il momento esatto, con precisione, come una foto appena scattata. Nel mio giardino, ho alzato gli occhi al cielo, sospirato, e in un attimo ho cancellato il mio futuro.
Mi domando, se avessi preso il treno che mi stava aspettando, che cosa sarei ora, chi sarei.
Tempo fa ho scoperto che una mia cugina non troppo stretta sta facendo la vita che avrei voluto fare io: un lavoro in comunicazione per un'azienda importante, la casa a Milano, un matrimonio. Beh, quest'ultimo forse non avevo progettato di realizzarlo. Però tutto il resto sì, e ho rinunciato prima ancora di cominciare. Mi sono sentita come derubata, anche se la colpa è solo mia.
Il fatto è che se riuscissi a sentire che ne vale la pena, concluderei questo percorso sbagliato e ricomincerei tutto daccapo.
Chissà che sta facendo la me stessa che è riuscita a salire su quel treno.

Se lo dici tu... (Splinder, 22 febbraio 2009)

Padre: "Ehehehe, io sono come Berlusconi!"
EncreNoire: "dato che non credo tu intenda economicamente, perché mai?"
Padre: "Perché tutti lo criticano, ma alla fine lo votano!

...

Festivale o Carnevale? (Splinder, 18 febbraio 2009)

Ma sì, ma finiamola anche di parlare di Povia. Chi è Povia?  E' uno che si arrampica sugli specchi, come tanti altri, per negare di non avere attitudine all'arte. Luca era gay. Beh? C'è anche chi era etero, e ora non lo è più. Che significa? Ve lo dico io: che nel 2009 abbiamo ancora bisogno che arrivi un Benigni a spiegarci quello che è palese e naturale. Che vergogna.

In-land Empire (Splinder, 16 febbraio 2009)

A proposito di posti bui e lati oscuri, ho appena terminato di leggere l'ultimo lavoro di Barbara Baraldi, una scrittrice emiliana molto in gamba e dalla fantasia inesauribile.  "La casa di Amelia" è il seguito de "La Collezionista di Sogni Infranti", che ha visto la luce pressappoco un anno fa.

Non ho mai amato il sequel per definizione: non credo nel potere delle storie che vengono spiegate, ciò che impressiona al primo colpo dovrebbe conservarsi nella propria verginità originaria per non risultare sciupato né sminuito. Continuo a pensarla così anche dopo questa lettura che, pur rovinando l'idea che mi ero fatta del suo primo atto, mi è parsa molto più "densa" e intimista, più matura e curata.

Non è questa la sede per parlare del libro, tuttavia metto da parte un pensiero: ciascuno di noi abita "La casa di Amelia": è la dimora dei nostri pensieri dove, se vogliamo, possiamo chiudere a chiave tutte le porte e nasconderci al buio, in attesa che passi la paura. Non esiste altro luogo dove abbiamo più potere, dove i nostri riti riescano davvero a placare ansie e timori; ciò che risiede dentro di noi modella a suo piacimento quel che sta fuori e ne cambia persino i colori. Ci condanna o ci assolve, ci rafforza o ci uccide.
In questo, forse, sta la chiave:
"Non serve guardare altrove, per trovare quello che abbiamo dentro".

Ricominciare (splinder, 14 febbraio 2009)

Voltare pagina, non significa sempre allontanarsi da qualcosa, o da qualcuno.
Voltare pagina è anche mettersi in gioco di nuovo, ma senza un passato.
Senza lo sguardo di chi, annoiato, ormai pensa di sapere tutto di te.
Non si impara mai tutto, sulle persone. C'è sempre un lato oscuro che regola le scelte di ognuno di noi.
Il mio lato oscuro, al contrario di quello visibile, è chiaro.

Non l'avreste mai detto, eh?
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